mercoledì 24 marzo 2021

Oggi è il compleanno...

... del caro fratello maggiore Massimo, che ogni tanto mi onora dei suoi commenti su questo blog.
Tantissimi e affettuosissimi auguri di...

... BUON COMPLEANNO!!!  

venerdì 19 marzo 2021

La festa del 19 marzo...

Ormai quasi tutti i giorni del calendario sono abbinati a particolari feste o giornate commemorative, che abbracciano una varietà indescrivibile di condizioni, di attività, di situazioni, di personaggi tipici e... chi più ne ha, più ne metta. Tutto questo per la  particolare gioia dei pasticceri e dei gioiellieri, ma in parte anche dei venditori di ogni genere di beni di consumo, che si presti ad essere acquistato, per essere poi donato come regalo. Tra i venditori comprendo anche i venditori di fumo, cioè i politicanti, che in mezzo a tante ricorrenze celebrative possono sbizzarrirsi, con aria sussiegosa e austera, a improvvisare discorsi inconsistenti, ridicoli, ipocriti o scopiazzati, memorizzati a fatica in tante notti insonni. Ma che ci si può fare? Il PROGRESSO (?) richiede pure questo...
Quindi hanno deciso che il 19 marzo sia la festa del papà, come se i papà, le mamme, i nonni, gli innamorati, le donne, i lavoratori etc. si dovessero festeggiare a comando nell'arco di 24 ore, e si potessero elegantemente ignorare in tutto il resto dell'anno: ma capisco bene che tutte queste mie osservazioni sono semplice aria fritta.
Ritornando al 19 marzo, ritengo molto più serio il festeggiamento del Santo del giorno: S. Giuseppe, anche perché i miei genitori, molto religiosi, mi hanno messo come secondo nome Giuseppe: Marcello, Giuseppe, Maria. Questo personaggio, basilare nella storia del Cristianesimo, è stato oggetto di tante barzellette profane, spesso poco rispettose, ma anche di affettuose poesie, da cui promana un profondo sentimento di simpatia nei suoi confronti. Oggi voglio proporvi la lettura di un componimento, scritto da un illustre e caratteristico interprete del teatro romanesco: Checco Durante (1893 - 1976), attore e poeta. S'intitola Preghiera a San Giuseppe, e il suo ritmo cantilenante ben si adatta a un contenuto, che non spazia nell'alto dei cieli, ma esprime con accenti concreti l'accorata (anche se il tono è umoristico) consapevolezza di una penosa e diffusa condizione umana.

San Giuseppe frittellaro,
tanto bono e tanto caro,
tu che sei così potente
da aiutà la pòra gente,
tutti pieni de speranza
te spedimo quest’istanza.

Fa sparì da su ‘sta tera
chi desidera la guera;
fa venì l’era beata
che la gente affratellata
da la pace e dal lavoro
nun se scannino tra loro.

Fa che er popolo italiano
ciabbia er pane quotidiano
fatto solo de farina
senza ceci ne saggina.

Fa che calino le tasse
e la luce, er tranve e er gasse;
che ar telefono er gettone,
nun lo mettano un mijone;
che a potè legge er giornale
nun ce serva un capitale;
fa che tutto a Campidojo
vadi liscio come l’ojo;
che a li ricchi troppo ingordi
je se levino li sordi
pe’ curà quer gran malato
che sarebbe l’impiegato
che, così, l’avrebbe vinta
e s’allarga un po’ la cinta;
mò quer povero infelice
fa la cura dell’alice…
e la panza è tanto fina
che s’incolla co’ la schina.

O mio caro San Giuseppe
famme fa un ber par de peppe,
ma fa pure che er pecione
nun le facci cor cartone
che sinnò li stivaletti
doppo un mese che li metti
te li trovi co’ li spacchi
senza sola e senza tacchi.

E fa pure che er norcino
er salame e er cotechino
ce lo facci onestamente
cor maiale solamente
che sinnò li drento c’è
tutta l’arca de Noè.

Manna er freddo e manna er sole
tutto quello che ce vole
pe’ fa bene a la campagna
che sinnò qua nun se magna.

Manna l’acqua che ricrea
che sinnò la sora Acea
ogni vorta che nun piove
s’impressiona e fa le prove
pe’ potè facce annà a letto
cor lumino e er moccoletto.

O gran Santo benedetto
fa che ognuno riabbia un tetto.
La lumaca, affortunata,
cià la casa assicurata
che la porta sempre appresso…
fa pe’ noi puro lo stesso…
facce cresce su la schina
una camera e cucina.

Fa che l’oste, bontà sua,
pe’ fa er vino addopri l’uva
che sinnò quanno lo bevi
manni giù l’acqua de Trevi.

Così er vino fatto bene
fa scordà tutte le pene
e te mette l’allegria.
Grazzie tante…

accusì sia!   

lunedì 8 marzo 2021

Oggi è il compleanno...

... del carissimo figlio Marco, ancora fresco di laurea magistrale in Matematica.
Tantissimi e affettuosissimi auguri di...

... BUON COMPLEANNO!!! 

mercoledì 3 marzo 2021

Cuncti gens una sumus

Questa frase latina, che significa siamo tutti un popolo solo, è contenuta nel poema De consulatu Styliconis (libro III, v. 159), scritto da Claudio Claudiano, poeta latino di origine egiziana, nato intorno al 370 dell'era volgare, ma di cui si perdono le tracce dal 404 in poi. Essa vuole sottolineare con enfatica convinzione l'incontenibile portata spazio-temporale della potenza e della missione civilizzatrice dell'Impero romano. 
Ovviamente la mia citazione non vuole avere una valenza nostalgica nei confronti di una realtà politica e culturale, che oggi può costituire esclusivamente un attraente oggetto di studio nella consapevolezza, però, che in esso affondano le radici della civiltà occidentale. E allora - direte voi - perché l'ho rispolverata?
Il motivo è legato a uno dei miei interessi più sentiti, a cui per un certo periodo della mia giovinezza ho dedicato un'intensa attività a livello agonistico: il gioco degli scacchi. Infatti la frase cuncti gens una sumus è stata scelta come motto ufficiale della F.I.D.E. (Fédération Internationale des Echecs = Federazione Internazionale degli Scacchi), fondata nel 1924 e la cui attuale sede è a Losanna in Svizzera. Quelle parole non sono casuali, ma ben si adattano alla realtà universalistica degli scacchi, che come la musica, la matematica e le arti figurative esprimono dei contenuti e dei valori comprensibili e condivisibili da chiunque, indipendentemente dalle differenze linguistiche ed etniche.
E comunque la frase riesce ad abbinare alla perfezione due passioni che ancora mi danno soddisfazione: il latino e gli scacchi.       

venerdì 26 febbraio 2021

Oggi è il compleanno...

... della mia amata Rosalba, mia ex alunna, mia ex fidanzata e mia attuale moglie e madre dei nostri tre figli.
Tantissimi auguri di ogni bene, piccola grande donna!

Marcello
 

venerdì 5 febbraio 2021

Spes ultima dea

La speranza [è] l'ultima dea, oppure: la speranza è l'ultima a morire, oppure ancora: "mentre che la speranza ha fior del verde" (= finché la speranza ha ancora un po' di verde, cioè riesce ancora a sopravvivere), come scrive Dante nel verso 136 del canto III del Purgatorio. Ma da dove nasce negli uomini questo attaccamento fanatico, morboso, talora disperato alla speranza, che appare l'ultimo scoglio a cui aggrapparsi nel mare tempestoso dell'esistenza?
C'è un antichissimo mito, raccontato dal poeta greco Esiodo (VIII/VII secolo a. C.) in modo succinto nella Teogonia, con maggiore abbondanza di particolari nelle Opere [e i giorni]. Si tratta del mito di Pandora, la prima donna plasmata da Efesto per ordine di Zeus, che voleva punire l'umanità (fino ad allora costituita di soli maschi), per essersi appropriata del fuoco donatole da Prometeo. La crudeltà della punizione fu duplice: da un lato, in sé e per sé, in quanto la donna - a cui tutti gli dei regalarono qualche dote positiva o negativa - era un essere splendido ma perverso, definito da Esiodo kalòn kakòn (= un bel male); dall'altro, perché Zeus le consegnò un vaso, facendole promettere di non aprirlo mai. Naturalmente la curiosità di Pandora, uno dei tanti doni ricevuti dagli dei, prese il sopravvento ed ella aprì il vaso, da cui fuoriuscirono tutti i mali del mondo. Troppo tardi cercò di richiuderlo: ormai era uscito fuori tutto, tranne l'ultima cosa, che rimase chiusa dentro. Era la speranza...
Ed è questa che il più delle volte ci spinge ad andare avanti nella vita con un minimo di entusiasmo, perché, come ci ricorda Orazio (Odi, II, 10, 17-18),

Non, si male nunc, et olim
sic erit
"Se oggi le cose vanno male, non sarà così anche domani" 

   

giovedì 28 gennaio 2021

Tanti auguri...

... e tante congratulazioni al carissimo figlio Marco, che ha appena conseguito la Laurea magistrale in Matematica con il voto di 110 e lode, discutendo una tesi di scienze computazionali. Ad maiora!

martedì 26 gennaio 2021

Nulla dies sine linea

Nessun giorno senza una linea: questo  è il significato della frase riportata nel titolo. L'ha scritta Plinio il Vecchio (così denominato per distinguerlo dal nipote e figlio adottivo Plinio il Giovane) nel suo trattato Naturalis historia, riferendosi al pittore greco Apelle, che non lasciava passare alcun giorno senza aggiungere un tratto di pennello, anche un semplice ritocco, alle sue pitture. La frase è diventata giustamente famosa e proverbiale. Sta ad indicare che per eccellere in qualunque attività è necessario l'esercizio continuo, scaglionato nel tempo, evitando la tentazione illusoria di concentrare i propri sforzi solo nella fase finale del lavoro, come se la fatica concentrata all'ultimo momento, per forza di cose frettolosa e approssimativa oltre che poco lucida, perché minata dalla penosa consapevolezza del tempo che fugge via, possa essere più risolutiva in quanto svolta nell'immediata prossimità del punto cruciale.
Consentitemi (si fa per dire) di aggiungere qualche parola su questo singolare personaggio. Appassionato di storia naturale, come testimonia il titolo, appena citato, della sua opera, Plinio si dedicò alla carriera militare fino a diventare ammiraglio della flotta imperiale del Tirreno, che aveva la base a capo Miseno. Nel 79 d. C., quando si verificò la terribile eruzione del Vesuvio, si diresse verso Stabia con le sue navi da guerra con l'intenzione di imbarcare più persone possibili, per metterle in salvo, ma anche per studiare da vicino quello strano fenomeno naturale. Purtroppo il mare agitato impedì alle triremi di avvicinarsi alla riva e pertanto egli si fece portare a terra su una scialuppa. Andò a trovare i suoi amici e cercò di tranquillizzarli, poi andarono tutti verso la spiaggia, per sfuggire alla pioggia di pomici e di lapilli. La mattina dopo fu trovato morto, asfissiato dai gas emessi dal vulcano.   

sabato 23 gennaio 2021

Onore al merito!

 Una famosa raccolta di poesie di Cesare Pavese s'intitola Lavorare stanca: ne prendo lo spunto per aggiungere che anche studiare stanca, sebbene molti, abituati alla sola fatica fisica, non riescano a concepire la fatica mentale, ritenendo che la stessa posizione seduta di uno studioso escluda che egli si possa stancare seriamente. Si tratta del classico pregiudizio di chi privilegia il lavoro manuale rispetto a quello intellettuale, valutando il primo più rispettabile e degno di stima del secondo. E' lo stesso motivo per cui gli studenti lavativi e fannulloni deridono gli studenti diligenti, che si impegnano a studiare, definendoli sgobboni e secchioni. Negli anni '68 e immediatamente successivi non venivano forse demonizzati il nozionismo e la meritocrazia (ossia lo studio), esigendo il 6 politico a scuola e il 18 politico all'università, come se fosse un sacrosanto diritto non voler studiare, ma essere comunque promossi?
Anche in questo campo i latini possono chiarirci le idee. Il poeta Orazio nell'Epistola ai Pisoni, chiamata anche Arte Poetica, spiegando che la poesia risulta dall'unione bilanciata dell'ingenium (= l'ispirazione e le doti innate) con l'ars (= la tecnica, che si può apprendere con lo studio), nei versi 412 - 413 mette sullo stesso piano i lunghi anni di allenamento di un atleta e il faticoso studio della tecnica poetica, per dimostrare che non ci si può improvvisare né atleti né poeti:

Qui studet optatam cursu contingere metam,
multa tulit fecitque puer, sudavit et alsit,
(chi desidera raggiungere l'ambita meta nella corsa,
da ragazzo fece e sopportò molte cose, sudò e patì il freddo).



     

martedì 19 gennaio 2021

Un bel tacer non fu mai scritto

Chiudiamo il discorso una volta per tutte con una frase nell'antica lingua latina:

et nolunt cladem aequo animo accipere (1) 

che in latino moderno si può rendere con:

e nun ce vonno sta'

(1) la frase latina significa: e non vogliono accettare serenamente la sconfitta (chi ha orecchie per intendere, intenda).

sabato 16 gennaio 2021

Il Santo del giorno

Oggi ricorre la festa di San Marcello I papa, successore, dopo un lungo periodo di sede vacante, del papa Marcellino.
Il giorno del calendario, contrassegnato dai diversi Santi, è quello della loro morte che per la Chiesa Cattolica costituisce il loro dies natalis, cioè il giorno della vera nascita, perché da quel momento cominciava la loro vita soprannaturale. Infatti papa Marcello I morì il 16 gennaio del 309, molto probabilmente in esilio.
Tanti auguri a tutti quelli che si chiamano Marcello!  

Post in evidenza

Festìna lente

Questo motto latino, tuttora molto usato, significa: affréttati lentamente, e pare che fosse pronunciato spesso dall'imperatore Augusto,...