venerdì 15 luglio 2022
Ingratitudine e autolesionismo
martedì 5 luglio 2022
Persio e l'inanitas
Una delle caratteristiche peculiari della natura umana è l'inanitas, ossia la vanità, l'inconsistenza, il vuoto interiore, che gli uomini si sforzano di colmare riempiendola con l'ostentazione orgogliosa di meriti spesso presunti, sempre sopravvalutati. Questo vuoto interiore è generato – secondo Persio – dal rifiuto della realtà divina, prodotto o dall'ignoranza o dalla superbia o dall'attaccamento morboso ed esclusivo ai beni materiali:
o curvae in terris animae et caelestium inanes
anime curve al suolo e ignare di cose celesti!
(II, 61)
L'inanitas, stigmatizzata in questo verso, era già stata messa sotto accusa dal poeta volterrano, anche se con una diversa valenza, più teoretica e meno etica, nel primo verso della prima satira:
O curas hominum, o quantum est in rebus inane!
O preoccupazioni degli uomini! Quanta vanità c'è nelle cose!
Il risultato in ogni modo è lo stesso: dare eccessiva importanza a cose o a nozioni, che non ne hanno, e vantarsi del loro possesso o della loro conoscenza, come è descritto in modo mirabile nel dialogo tra Persio e un letterato borioso (I, 24 – 30):
“A che scopo aver imparato tante cose, se un giorno, dal fegato lacerato non potrà venir fuori questo lievito e quel caprifico, che abbiamo dentro fin dalla nascita?”
<Ecco il motivo del pallore e l'atteggiamento da vecchi! O costumi! Siamo arrivati al punto che il tuo sapere non vale niente, se un altro non sa che tu sai?>
“Ma è bello essere additato e sentirsi dire: è lui! Ritieni che sia una cosa da nulla essere un testo di lettura per cento scolaretti riccioluti?”
Da notare l'effetto comico del sarcastico poliptoto presente nel verso 27, in cui il verbo scio (= sapere) viene usato prima nella forma di infinito sostantivato, poi di infinito presente oggettivo, infine di congiuntivo presente:
scire tuum nihil est, nisi te scire hoc sciat alter?
mercoledì 29 giugno 2022
Oggi è il compleanno ...
giovedì 23 giugno 2022
C'è poco da ridere... (1)
L'attribuzione al secondo Giovenale di un “riso democriteo” con il corollario di un presunto tono sapienziale o, addirittura, oraziano ha portato e porta fuori strada tanti studiosi, allontanandoli dal Giovenale reale, quello – cioè – che risulta da una lettura dei suoi versi libera da pregiudizi, e favorendo l'immaginazione di un Giovenale fittizio, che poggia però su basi inconsistenti. Parliamoci chiaro: se noi esaminiamo le satire X – XVI senza preconcetti – sine ira ac studio, come direbbe Tacito – non ci troviamo proprio nulla da ridere, ma piuttosto l'attuazione di una poetica dell'interiorità, lontana mille miglia dallo sfottente e cinico riso di Democrito, permeata com'è di autentica e convinta vita sentimentale. D'altronde, concependo un Giovenale democriteo, a che cosa si ridurrebbe l'homme océan, che ha visto nel satirico aquinate uno scrittore del calibro di Victor Hugo? Ad un innocuo laghetto alpino, suggestivo e pittoresco – sì – ma privo della spettacolare furia travolgente di una tempesta oceanica. O forse a una brutta copia scolorita – peggio: a una caricatura – di Marziale, di cui non sapremmo che fare. Per non parlare delle satire XV e XVI che, a detta degli stessi critici, riproporrebbero la medesima poetica iniziale dell'indignatio, sconfessando la presunta svolta democritea e ritornando inspiegabilmente al punto di partenza. C'è una logica in tutto ciò?
Nella Satira XV il poeta descrive uno scontro tra due popolazioni egiziane, che culmina con un aberrante episodio di cannibalismo. Egli, considerando l'energia fisica impiegata dalle due parti nel combattimento, osserva che siamo ben lontani dalla forza erculea messa in mostra dagli eroi, che combatterono sotto le mura di Troia. E nei versi 69 – 71 spiega:
sabato 11 giugno 2022
Passato, presente e futuro
sabato 4 giugno 2022
L'altro è Orazio satiro, che viene (Inferno, IV, 89)
Dopo la pubblicazione delle dieci satire del I libro, Orazio, valutando le reazioni dei suoi lettori, ha la possibilità di rendersi conto con una certa obiettività del tipo di accoglienza e dei giudizi di merito, che esse hanno suscitato in essi. Immaginando di dialogare con il famoso giurista Gaio Trebazio Testa, suo contemporaneo, egli comincia così la prima satira del II libro:
“Ci sono alcuni a cui sembra che io sia troppo aspro nelle mie satire e che spinga l'opera al di là dei limiti consentiti dalla legge; altri, invece, ritengono che tutto ciò che ho scritto sia privo di nerbo e che si possano comporre mille versi al giorno simili ai miei. Trebazio, che dovrei fare? Prescrivimelo tu.”
<Stattene tranquillo.>
“Mi stai dicendo di non scrivere più versi?”
<Sì. Dico proprio questo.>
“Che mi prenda un colpo, se non sarebbe la soluzione migliore; ma non riesco a dormire.”
<Chi ha l'esigenza di un sonno profondo, attraversi a nuoto il Tevere per tre volte, dopo essersi spalmato di olio e sul far della notte si faccia un'abbondante bevuta di vino sincero. Oppure, se ti senti trascinare da tanta voglia di scrivere, osa cantare le imprese dell'invincibile Ottaviano, e le tue fatiche otterranno senz'altro grandi premi.>
(Satire II, 1, 1 – 12)
“Per farla breve: sia che mi aspetti una tranquilla vecchiaia, sia che la morte già mi svolazzi intorno, battendo le sue nere ali, ricco o povero, a Roma o esule, qualora la sorte voglia così, qualunque sarà la condizione della mia vita, io scriverò.”
(Satire II, 1, 57 – 60)
D'altronde, tranne alcune eccezioni, le satire di Orazio sono prive della virulenza messa in mostra da Lucilio, né sono indirizzate alla vasta e variegata platea dell'intera umanità come quelle di Persio e Giovenale, con la funzione immediata di una lezione pedagogica nel primo caso, di sfogo nel secondo. Le sue, invece, simili a conversazioni alla buona, – non le chiama per l'appunto Sermones? – sono rivolte a una ristretta cerchia di amici, che condividono i suoi ideali e i suoi valori. Quella di Orazio è una satira bonaria, in cui l'ironia non è malevola, ma spesso si trasforma in autoironia, perché l'autore non si esclude dal numero degli individui presi di mira, in quanto i difetti, da lui stigmatizzati negli altri, non di rado sono anche i suoi.
domenica 29 maggio 2022
Per rinfrescare la memoria...
venerdì 13 maggio 2022
Oggi è il compleanno...
giovedì 12 maggio 2022
Giovenale e l'origine della società
La XV satira di Giovenale non è mai stata apprezzata né studiata convenientemente. Anche gli studi recenti ne hanno privilegiato i primi due terzi, dedicati alle superstizioni religiose del “folle” Egitto e all'episodio di [vero o presunto?] cannibalismo, sottovalutando i vv. 131 – 174, abbassati al livello di considerazioni moralistiche stoicheggianti intrise di luoghi comuni, ovvero una ripresa di toni sapienziali, che sarebbero quelli animati dal supposto riso democriteo, identificato un po' troppo avventatamente come carattere distintivo della seconda poetica giovenaliana, però all'interno di una satira, che recupera la primitiva poetica dell'indignatio: come si vede, un guazzabuglio critico senza capo né coda, quello che con una locuzione poco filologica, ma eloquente, si potrebbe esprimere con un modo di dire assai colorito: buttarla in caciara. Vorrei soffermarmi sul loro brano centrale (vv. 147 – 159), in cui è tratteggiata in modo originale una specie di “storia della primitiva società umana”. Allo studio completo di questa XV satira ho già dedicato il mio secondo libro dedicato a Giovenale: “Quindi l'ira e le lacrime” (Youcanprint 2015), da cui trarrò molti spunti, ma non esclusivamente, dato che da allora ad oggi mi è capitato di concepire qualche nuova idea, che ritengo non trascurabile.
Mundi
principio indulsit communis conditor illis
tantum animas, nobis animum quoque, mutuus ut nos
adfectus petere auxilium et praestare iuberet,
dispersos trahere in populum, migrare uetusto
de nemore et proauis habitatas linquere siluas,
aedificare domos, laribus coniungere nostris
tectum aliud, tutos uicino limine somnos
ut conlata daret fiducia, protegere armis
lapsum aut ingenti nutantem uolnere ciuem,
communi dare signa tuba, defendier isdem
turribus atque una portarum claue teneri.
“All'inizio del mondo il creatore di tutte le cose concesse a loro [= alle bestie] soltanto la vita ma a noi anche la ragione e i sentimenti, affinché un reciproco affetto ci inducesse a chiedere e a prestare aiuto, a riunire in un popolo quelli che erano dispersi, a migrare dall'antico bosco e a lasciare le foreste abitate dagli antenati, a unire un altro tetto alla nostra abitazione, in modo che la fiducia degli uni negli altri rendesse sicuri i sonni per la vicinanza delle soglie, ci spingesse a proteggere con le armi un cittadino caduto o barcollante per una grave ferita, a dare segnali con la tromba comune, ad essere difesi dalle stesse torri e a stare al riparo delle porte chiuse da una sola chiave.”
Data la formazione retorica di Giovenale, è utile e doveroso soffermarsi su alcune sue scelte lessicali – davvero non casuali – che sono in grado di rivelarci i valori e le idee, di cui egli è convinto assertore.
Al verso 148 il poeta usa l'espressione communis conditor, per indicare il creatore di tutte le cose, che, se non si può considerare addirittura una dichiarazione di monoteismo integrale – lo ritengo una forzatura eccessiva –, può lasciare intendere che il politeismo giovenaliano preveda una netta distinzione tra una divinità assolutamente superiore e tante divinità di livello inferiore, a lui sottomesse. Il verbo condere è usato abitualmente, anche se non esclusivamente, nel significato di fondare, (per es. ab Urbe condita = dalla fondazione di Roma), quindi conditor equivarrebbe a un fondatore, ma teniamo presente che due secoli dopo S. Ambrogio nel primo dei suoi Inni si rivolge a Dio chiamandolo Aeterne rerum conditor (= Eterno creatore delle cose), e questa corrispondenza fa pensare.
La distinzione terminologica tra anima e animus (v. 149), la cui traduzione italiana anima e animo è del tutto inadeguata, perché non rende neppure lontanamente i significati latini di “principio vitale” per anima e di “facoltà razionale e sentimentale” per animo, è una fondamentale precisazione filosofica, su cui, per esempio, indugia a lungo Lucrezio nel III libro del De rerum natura.
lunedì 9 maggio 2022
Le caricature di Salomone
Una delle testimonianze più evidenti dell'antica saggezza giuridica latina è il suggerimento, poi diventato proverbiale, audiatur et altera pars [= si ascolti anche l'altra parte], che dovrebbe essere fatto proprio non solo dai giudici in un processo (ovviamente!), ma anche da quella categoria di autoproclamatisi (pseudo)scienziati e tuttologi, che si atteggiano con sussiego a depositari della verità. Alludo alla versione moderna degli antichi logografi e storici, che attualmente, però, non riescono ad innalzarsi a un livello superiore dei cantastorie, dei menestrelli dei poteri forti. Giornalisti, conduttori televisivi e intrattenitori grazie a non si sa quale scienza infusa (non tirerei in ballo lo Spirito Santo, perché i discorsi in questione sono di una volgarità e di una meschinità disarmanti) a tutti i costi vogliono apparire in grado di blaterare su qualsivoglia argomento, sputando sentenze e trinciando giudizi, che, secondo loro, esprimono tutta la verità, nient'altro che la verità. Ma che cos'è la verità? Secondo la corrente filosofica medievale chiamata Scolastica, che culminò nel genio di S. Tommaso d'Aquino, la verità è definibile come adaequatio rei et intellectus, ossia corrispondenza tra la realtà e il pensiero. La realtà in sé e per sé non è né vera né falsa, può essere vero o falso un giudizio formulato sulla realtà. Quindi, prima di proclamare: questo è vero, questo è falso, bisogna ricercare e vagliare i diversi punti di vista, perché la verità è univoca – su questo siamo d'accordo – ma solo alla fine di un lungo e laborioso processo di indagine e neppure in tutte le circostanze, perché talora per la complessità dell'argomento in questione ci dobbiamo accontentare di avvicinarci alla verità, di sfiorarla senza riuscire a comprenderla e a possederla interamente.
In greco antico la parola verità è alétheia, formata da a (alfa privativo) + la radice lath/leth che troviamo nel verbo lanthàno, [= stare nascosto]. Ossia essa consiste nel disvelamento, nel rivelare ciò che prima era nascosto. Una fonte unilaterale è insufficiente e tendenziosa: bisogna conoscere per decidere, e se ci sono due versioni contrastanti, è doveroso conoscerle tutte e due, per confrontarle e poter arrivare a concludere quale sia, se non quella vera, almeno quella più verosimile. I menestrelli di cui parlavo prima, non lo hanno fatto da più di due anni a questa parte – a proposito della cosiddetta pandemia – e non lo stanno facendo adesso a proposito della guerra e dei provvedimenti sciagurati che stanno prendendo i governi europei. Adducono cause fittizie, alzando urla e strepiti contro chi si azzarda ad analizzare le cause dei fatti, che, come c'insegna lo storico greco Polibio, possono essere di tre tipi: aitìa (causa profonda), arché (inizio dei fatti), pròphasis (pretesto, causa occasionale).
Non vorrei scomodare anche l'apologeta cristiano Tertulliano, però, sapendo fino a che punto questi cantastorie siano i portavoce degli oscuri poteri anticristiani, che vogliono abbrutirci, per cancellare dalla vita ogni parvenza di spiritualità, lo citerò con vero piacere: a proposito delle persecuzioni scatenate contro i cristiani e basate su accuse assurde e inconsistenti, egli affermò nell'Apologeticum: ne ignorata damnetur, ovvero che non sia condannata una religione sconosciuta. Cioè, per emettere un giudizio sensato, bisogna prima conoscere bene ciò di cui si sta parlando. E questa, se ce ne fosse ancora bisogno, è un'altra riprova di quanto siano convergenti la saggezza latina pagana e quella cristiana.
sabato 23 aprile 2022
La scomparsa di un mondo favoloso
“Mio
bel capitano, voi bianchi sulla base dei vostri interessi
opportunistici ora ci combattete, ora ci siete amici… Ma in
entrambi i casi ignorate la civiltà e la cultura indiane...”
commentò la ragazza con il volto triste:
“Prima o poi ci annienterete tutti e con noi spariranno per sempre anche le nostre tradizioni...”
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