venerdì 15 luglio 2022

Ingratitudine e autolesionismo

La saggezza latina si rivela, oltre che nella filosofia e nella satira, anche nella favola. Fedro ne è un esempio lampante. Un tempo, quando il latino si studiava obbligatoriamente fin dai tre anni della scuola media, uno dei primi testi latini da leggere erano le favole di Fedro, che mediante narrazioni briose proponevano insegnamenti morali. Oggi vi propongo questa:

Chi aiuta i malvagi, dopo un po' se ne pente.
Un tale raccolse da terra un serpente intirizzito dal freddo e lo scaldò in seno, pietoso a suo danno. E infatti quello, non appena si riprese, subito uccise l'uomo. Poiché un altro serpente gli chiedeva il motivo di quella scelleratezza, rispose: "Affinché nessuno impari a giovare ai malvagi."

Si dice che la riconoscenza piace a Dio e agli uomini... Caro Fedro, chi non ha sperimentato almeno una volta nella vita i denti velenosi di quel serpentello?

martedì 5 luglio 2022

Persio e l'inanitas

Una delle caratteristiche peculiari della natura umana è l'inanitas, ossia la vanità, l'inconsistenza, il vuoto interiore, che gli uomini si sforzano di colmare riempiendola con l'ostentazione orgogliosa di meriti spesso presunti, sempre sopravvalutati. Questo vuoto interiore è generato – secondo Persio – dal rifiuto della realtà divina, prodotto o dall'ignoranza o dalla superbia o dall'attaccamento morboso ed esclusivo ai beni materiali:

o curvae in terris animae et caelestium inanes

anime curve al suolo e ignare di cose celesti!

(II, 61)

L'inanitas, stigmatizzata in questo verso, era già stata messa sotto accusa dal poeta volterrano, anche se con una diversa valenza, più teoretica e meno etica, nel primo verso della prima satira:

O curas hominum, o quantum est in rebus inane!

O preoccupazioni degli uomini! Quanta vanità c'è nelle cose!


Il risultato in ogni modo è lo stesso: dare eccessiva importanza a cose o a nozioni, che non ne hanno, e vantarsi del loro possesso o della loro conoscenza, come è descritto in modo mirabile nel dialogo tra Persio e un letterato borioso (I, 24 – 30):

A che scopo aver imparato tante cose, se un giorno, dal fegato lacerato non potrà venir fuori questo lievito e quel caprifico, che abbiamo dentro fin dalla nascita?”

    <Ecco il motivo del pallore e l'atteggiamento da vecchi! O costumi! Siamo arrivati al punto che il tuo sapere non vale niente, se un altro non sa che tu sai?>

Ma è bello essere additato e sentirsi dire: è lui! Ritieni che sia una cosa da nulla essere un testo di lettura per cento scolaretti riccioluti?”

Da notare l'effetto comico del sarcastico poliptoto presente nel verso 27, in cui il verbo scio (= sapere) viene usato prima nella forma di infinito sostantivato, poi di infinito presente oggettivo, infine di congiuntivo presente:

scire tuum nihil est, nisi te scire hoc sciat alter?


A Persio piacciono simili acrobazie verbali, che producono un effetto girandola: basti pensare all'altro irresistibile poliptoto, contenuto nel verso 84 della III satira, in cui da un lato è ridicolizzato uno dei cardini del pensiero epicureo, dall'altro è messo alla berlina il rozzo e ottuso centurione, refrattario agli studi filosofici. 

mercoledì 29 giugno 2022

Oggi è il compleanno ...

... della carissima figlia Claudia, a cui oltre ai più fervidi auguri di ogni felicità rivolgo anche l'augurio speciale di ottenere tutte le soddisfazioni materiali e morali nel nuovo e gratificante lavoro, in cui si sta cimentando.



giovedì 23 giugno 2022

C'è poco da ridere... (1)

L'attribuzione al secondo Giovenale di un “riso democriteo” con il corollario di un presunto tono sapienziale o, addirittura, oraziano ha portato e porta fuori strada tanti studiosi, allontanandoli dal Giovenale reale, quello – cioè – che risulta da una lettura dei suoi versi libera da pregiudizi, e favorendo l'immaginazione di un Giovenale fittizio, che poggia però su basi inconsistenti. Parliamoci chiaro: se noi esaminiamo le satire X – XVI senza preconcetti – sine ira ac studio, come direbbe Tacito – non ci troviamo proprio nulla da ridere, ma piuttosto l'attuazione di una poetica dell'interiorità, lontana mille miglia dallo sfottente e cinico riso di Democrito, permeata com'è di autentica e convinta vita sentimentale. D'altronde, concependo un Giovenale democriteo, a che cosa si ridurrebbe l'homme océan, che ha visto nel satirico aquinate uno scrittore del calibro di Victor Hugo? Ad un innocuo laghetto alpino, suggestivo e pittoresco – sì – ma privo della spettacolare furia travolgente di una tempesta oceanica. O forse a una brutta copia scolorita – peggio: a una caricatura – di Marziale, di cui non sapremmo che fare. Per non parlare delle satire XV e XVI che, a detta degli stessi critici, riproporrebbero la medesima poetica iniziale dell'indignatio, sconfessando la presunta svolta democritea e ritornando inspiegabilmente al punto di partenza. C'è una logica in tutto ciò?

Il riso del saggio, che non prende sul serio i pregiudizi e i falsi valori, in cui resta invischiata la maggioranza degli uomini, è sintomo di maturità intellettuale e di una superiore concezione della vita. Non è davvero paragonabile all'atteggiamento miseramente derisorio e spocchioso di un Democrito, assimilabile piuttosto al riso maligno della divinità che, nella satira XV, gode della meschinità umana e non vede l'ora di poterla mortificare e punire.

Nella Satira XV il poeta descrive uno scontro tra due popolazioni egiziane, che culmina con un aberrante episodio di cannibalismo. Egli, considerando l'energia fisica impiegata dalle due parti nel combattimento, osserva che siamo ben lontani dalla forza erculea messa in mostra dagli eroi, che combatterono sotto le mura di Troia. E nei versi 69 – 71 spiega:

Nam genus hoc vivo iam decrescebat Homero,
terra malos homines nunc educat atque pusillos;
ergo deus, quicumque aspexit, ridet et odit.
Infatti il genere umano già andava indebolendosi, mentre Omero era ancora vivo: ora la terra fa nascere uomini malvagi e meschini; pertanto un dio che li guardi – chiunque egli sia –, ride e li odia”. 

sabato 11 giugno 2022

Passato, presente e futuro

Oggi è il compleanno di mia madre, che, se fosse ancora viva, avrebbe compiuto 105 anni. Dovunque e comunque stia, sono sicuro che sarà molto contenta nel sapere che proprio in questo giorno il suo amato nipote Marco (mio figlio) si sposerà con la diletta Veronica in una location sul lago di Bracciano. Che strana coincidenza! Questo giorno magico, in cui si fondono fatti passati, presenti e futuri legati strettamente alla mia vita, non può non farmi riflettere... 
Dopo un deferente e affettuoso saluto alla mia cara madre voglio rivolgere un caloroso augurio di tanta felicità a Veronica e a Marco, in attesa di poterlo fare di persona tra poche ore. 

sabato 4 giugno 2022

L'altro è Orazio satiro, che viene (Inferno, IV, 89)

Dopo la pubblicazione delle dieci satire del I libro, Orazio, valutando le reazioni dei suoi lettori, ha la possibilità di rendersi conto con una certa obiettività del tipo di accoglienza e dei giudizi di merito, che esse hanno suscitato in essi. Immaginando di dialogare con il famoso giurista Gaio Trebazio Testa, suo contemporaneo, egli comincia così la prima satira del II libro:

Ci sono alcuni a cui sembra che io sia troppo aspro nelle mie satire e che spinga l'opera al di là dei limiti consentiti dalla legge; altri, invece, ritengono che tutto ciò che ho scritto sia privo di nerbo e che si possano comporre mille versi al giorno simili ai miei. Trebazio, che dovrei fare? Prescrivimelo tu.”

<Stattene tranquillo.>

Mi stai dicendo di non scrivere più versi?”

<Sì. Dico proprio questo.>

Che mi prenda un colpo, se non sarebbe la soluzione migliore; ma non riesco a dormire.”

<Chi ha l'esigenza di un sonno profondo, attraversi a nuoto il Tevere per tre volte, dopo essersi spalmato di olio e sul far della notte si faccia un'abbondante bevuta di vino sincero. Oppure, se ti senti trascinare da tanta voglia di scrivere, osa cantare le imprese dell'invincibile Ottaviano, e le tue fatiche otterranno senz'altro grandi premi.>

(Satire II, 1, 1 – 12)


Ma Orazio dichiara di non sentirsi all'altezza di trattare argomenti militari, né di essere in grado di seguire l'esempio del saggio Lucilio, che aveva esaltato i meriti di Scipione. Comunque egli terrà presente la lezione di Lucilio, non per attaccare qualcuno per primo, ma solo per difendersi dalle provocazioni e dagli attacchi altrui.

Per farla breve: sia che mi aspetti una tranquilla vecchiaia, sia che la morte già mi svolazzi intorno, battendo le sue nere ali, ricco o povero, a Roma o esule, qualora la sorte voglia così, qualunque sarà la condizione della mia vita, io scriverò.”

(Satire II, 1, 57 – 60)

D'altronde, tranne alcune eccezioni, le satire di Orazio sono prive della virulenza messa in mostra da Lucilio, né sono indirizzate alla vasta e variegata platea dell'intera umanità come quelle di Persio e Giovenale, con la funzione immediata di una lezione pedagogica nel primo caso, di sfogo nel secondo. Le sue, invece, simili a conversazioni alla buona, – non le chiama per l'appunto Sermones? – sono rivolte a una ristretta cerchia di amici, che condividono i suoi ideali e i suoi valori. Quella di Orazio è una satira bonaria, in cui l'ironia non è malevola, ma spesso si trasforma in autoironia, perché l'autore non si esclude dal numero degli individui presi di mira, in quanto i difetti, da lui stigmatizzati negli altri, non di rado sono anche i suoi.

 

domenica 29 maggio 2022

Per rinfrescare la memoria...

Prima che finisca "il maggio odoroso", è cosa buona e giusta ricordare una famosa data di maggio: 26 maggio 2013 (la coppa in faccia, tanto per capirci...)


 

venerdì 13 maggio 2022

Oggi è il compleanno...

 ... del mio caro genero Ivano, che ha pure il merito di essere tifoso della Lazio, il che non guasta mai.




Tantissimi e affettuosissimi auguri di Buon Compleanno!


giovedì 12 maggio 2022

Giovenale e l'origine della società

La XV satira di Giovenale non è mai stata apprezzata né studiata convenientemente. Anche gli studi recenti ne hanno privilegiato i primi due terzi, dedicati alle superstizioni religiose del “folle” Egitto e all'episodio di [vero o presunto?] cannibalismo, sottovalutando i vv. 131 – 174, abbassati al livello di considerazioni moralistiche stoicheggianti intrise di luoghi comuni, ovvero una ripresa di toni sapienziali, che sarebbero quelli animati dal supposto riso democriteo, identificato un po' troppo avventatamente come carattere distintivo della seconda poetica giovenaliana, però all'interno di una satira, che recupera la primitiva poetica dell'indignatio: come si vede, un guazzabuglio critico senza capo né coda, quello che con una locuzione poco filologica, ma eloquente, si potrebbe esprimere con un modo di dire assai colorito: buttarla in caciara. Vorrei soffermarmi sul loro brano centrale (vv. 147 – 159), in cui è tratteggiata in modo originale una specie di “storia della primitiva società umana”. Allo studio completo di questa XV satira ho già dedicato il mio secondo libro dedicato a Giovenale: “Quindi l'ira e le lacrime” (Youcanprint 2015), da cui trarrò molti spunti, ma non esclusivamente, dato che da allora ad oggi mi è capitato di concepire qualche nuova idea, che ritengo non trascurabile.

Mundi

principio indulsit communis conditor illis

tantum animas, nobis animum quoque, mutuus ut nos

adfectus petere auxilium et praestare iuberet,

dispersos trahere in populum, migrare uetusto

de nemore et proauis habitatas linquere siluas,

aedificare domos, laribus coniungere nostris

tectum aliud, tutos uicino limine somnos

ut conlata daret fiducia, protegere armis

lapsum aut ingenti nutantem uolnere ciuem,

communi dare signa tuba, defendier isdem

turribus atque una portarum claue teneri.

All'inizio del mondo il creatore di tutte le cose concesse a loro [= alle bestie] soltanto la vita ma a noi anche la ragione e i sentimenti, affinché un reciproco affetto ci inducesse a chiedere e a prestare aiuto, a riunire in un popolo quelli che erano dispersi, a migrare dall'antico bosco e a lasciare le foreste abitate dagli antenati, a unire un altro tetto alla nostra abitazione, in modo che la fiducia degli uni negli altri rendesse sicuri i sonni per la vicinanza delle soglie, ci spingesse a proteggere con le armi un cittadino caduto o barcollante per una grave ferita, a dare segnali con la tromba comune, ad essere difesi dalle stesse torri e a stare al riparo delle porte chiuse da una sola chiave.”


Data la formazione retorica di Giovenale, è utile e doveroso soffermarsi su alcune sue scelte lessicali – davvero non casuali – che sono in grado di rivelarci i valori e le idee, di cui egli è convinto assertore.

Al verso 148 il poeta usa l'espressione communis conditor, per indicare il creatore di tutte le cose, che, se non si può considerare addirittura una dichiarazione di monoteismo integrale – lo ritengo una forzatura eccessiva –, può lasciare intendere che il politeismo giovenaliano preveda una netta distinzione tra una divinità assolutamente superiore e tante divinità di livello inferiore, a lui sottomesse. Il verbo condere è usato abitualmente, anche se non esclusivamente, nel significato di fondare, (per es. ab Urbe condita = dalla fondazione di Roma), quindi conditor equivarrebbe a un fondatore, ma teniamo presente che due secoli dopo S. Ambrogio nel primo dei suoi Inni si rivolge a Dio chiamandolo Aeterne rerum conditor (= Eterno creatore delle cose), e questa corrispondenza fa pensare.

La distinzione terminologica tra anima e animus (v. 149), la cui traduzione italiana anima e animo è del tutto inadeguata, perché non rende neppure lontanamente i significati latini di “principio vitale” per anima e di “facoltà razionale e sentimentale” per animo, è una fondamentale precisazione filosofica, su cui, per esempio, indugia a lungo Lucrezio nel III libro del De rerum natura.

La molla, che spinge gli uomini primitivi dispersi nei boschi a riunirsi in società, non è individuata da Giovenale nell'ovvio bisogno di sicurezza, conseguente alla debolezza e inadeguatezza del singolo di fronte alle minacce e ai pericoli quotidiani di una vita isolata, ma nel mutuus adfectus (= affetto scambievole. Empatia?), da cui deriva la conlata fiducia (= fiducia reciproca), che cementa la prima compagine sociale. Questo porre a base della vita associata il sentimento, invece del semplice tornaconto personale, non deve essere considerato una forma di svenevole sentimentalismo, perché al contrario si traduce in una forma di vita energica e combattiva di tipo militare: a questo mi fanno pensare le allusioni al cittadino caduto o barcollante a seguito di una ferita, gli squilli di tromba, le torri lungo le mura, le cui porte sono chiuse dalla stessa chiave. Non sembra che stia parlando di una cittadella fortificata sotto attacco? 

lunedì 9 maggio 2022

Le caricature di Salomone

Una delle testimonianze più evidenti dell'antica saggezza giuridica latina è il suggerimento, poi diventato proverbiale, audiatur et altera pars [= si ascolti anche l'altra parte], che dovrebbe essere fatto proprio non solo dai giudici in un processo (ovviamente!), ma anche da quella categoria di autoproclamatisi (pseudo)scienziati e tuttologi, che si atteggiano con sussiego a depositari della verità. Alludo alla versione moderna degli antichi logografi e storici, che attualmente, però, non riescono ad innalzarsi a un livello superiore dei cantastorie, dei menestrelli dei poteri forti. Giornalisti, conduttori televisivi e intrattenitori grazie a non si sa quale scienza infusa (non tirerei in ballo lo Spirito Santo, perché i discorsi in questione sono di una volgarità e di una meschinità disarmanti) a tutti i costi vogliono apparire in grado di blaterare su qualsivoglia argomento, sputando sentenze e trinciando giudizi, che, secondo loro, esprimono tutta la verità, nient'altro che la verità. Ma che cos'è la verità? Secondo la corrente filosofica medievale chiamata Scolastica, che culminò nel genio di S. Tommaso d'Aquino, la verità è definibile come adaequatio rei et intellectus, ossia corrispondenza tra la realtà e il pensiero. La realtà in sé e per sé non è né vera né falsa, può essere vero o falso un giudizio formulato sulla realtà. Quindi, prima di proclamare: questo è vero, questo è falso, bisogna ricercare e vagliare i diversi punti di vista, perché la verità è univoca – su questo siamo d'accordo – ma solo alla fine di un lungo e laborioso processo di indagine e neppure in tutte le circostanze, perché talora per la complessità dell'argomento in questione ci dobbiamo accontentare di avvicinarci alla verità, di sfiorarla senza riuscire a comprenderla e a possederla interamente.

In greco antico la parola verità è alétheia, formata da a (alfa privativo) + la radice lath/leth che troviamo nel verbo lanthàno, [= stare nascosto]. Ossia essa consiste nel disvelamento, nel rivelare ciò che prima era nascosto. Una fonte unilaterale è insufficiente e tendenziosa: bisogna conoscere per decidere, e se ci sono due versioni contrastanti, è doveroso conoscerle tutte e due, per confrontarle e poter arrivare a concludere quale sia, se non quella vera, almeno quella più verosimile. I menestrelli di cui parlavo prima, non lo hanno fatto da più di due anni a questa parte – a proposito della cosiddetta pandemia – e non lo stanno facendo adesso a proposito della guerra e dei provvedimenti sciagurati che stanno prendendo i governi europei. Adducono cause fittizie, alzando urla e strepiti contro chi si azzarda ad analizzare le cause dei fatti, che, come c'insegna lo storico greco Polibio, possono essere di tre tipi: aitìa (causa profonda), arché (inizio dei fatti), pròphasis (pretesto, causa occasionale).

Non vorrei scomodare anche l'apologeta cristiano Tertulliano, però, sapendo fino a che punto questi cantastorie siano i portavoce degli oscuri poteri anticristiani, che vogliono abbrutirci, per cancellare dalla vita ogni parvenza di spiritualità, lo citerò con vero piacere: a proposito delle persecuzioni scatenate contro i cristiani e basate su accuse assurde e inconsistenti, egli affermò nell'Apologeticum: ne ignorata damnetur, ovvero che non sia condannata una religione sconosciuta. Cioè, per emettere un giudizio sensato, bisogna prima conoscere bene ciò di cui si sta parlando. E questa, se ce ne fosse ancora bisogno, è un'altra riprova di quanto siano convergenti la saggezza latina pagana e quella cristiana. 

sabato 23 aprile 2022

La scomparsa di un mondo favoloso


Da piccolo mi sono appassionato agli Indiani d'America sulla base di qualche libro e di pochissimi film visti al cinema, dato che in casa mia la televisione entrò quando già stavo in seconda media. Ma anche quegli scarsi contatti mi furono sufficienti, per immergermi in quel mondo favoloso di avventure, di paesaggi sconfinati, di profonda saggezza. I risultati non tardarono a venire: un 8 preso in un tema in classe alla Medie, con la professoressa entusiasta, che volle complimentarsi con mia madre. Tanto tempo è passato da allora ma il mio interesse affettuoso è rimasto costante, tanto che, quando ho cominciato a scrivere romanzi e saggi letterari, ho voluto dedicare un romanzo anche ai miei cari Indiani (Edizioni Simple, ottobre 2011) ed è appunto quello che presento adesso...

Regione dei Grandi Laghi nel Nord America, anno 1758: sono queste le coordinate spazio-temporali, che caratterizzano l’inizio del presente romanzo. C’è in atto un conflitto accanito tra Inglesi e Francesi, combattuto senza esclusione di colpi nei selvaggi territori americani parallelamente alla Guerra dei sette anni (1756-1763), che nello stesso tempo insanguinava l’Europa coinvolgendo, però, un maggior numero di nazioni. A un tale conflitto partecipano anche le popolazioni indiane stanziate in quella zona, alcune alleate con i Francesi, come gli Uroni, altre con gli Inglesi, come gli Irochesi e i Mohawk. Gli indigeni molto ingenuamente s’illudono di poter stabilire una definitiva supremazia sulle tribù rivali, sfruttando l’aiuto militare dell’una o dell’altra nazione europea, ma non si rendono conto di essere semplici strumenti, di cui Francesi e Inglesi si servono per realizzare le loro mire espansionistiche. Alla fine saranno proprio i nativi americani i soli che correranno il rischio di rimetterci, come, infatti, è puntualmente avvenuto nel modo ignominioso che ben conosciamo.
Nel romanzo la giovane principessa dei Mohawk, sfruttando le sue doti di preveggenza, che le derivano dall’essere anche uno sciamano, si fa portavoce delle ragioni degli Indiani ed esprime un’amara profezia:


Mio bel capitano, voi bianchi sulla base dei vostri interessi opportunistici ora ci combattete, ora ci siete amici… Ma in entrambi i casi ignorate la civiltà e la cultura indiane...”

commentò la ragazza con il volto triste:

Prima o poi ci annienterete tutti e con noi spariranno per sempre anche le nostre tradizioni...”

Comunque, anche tra gli invasori europei ci sono alcuni personaggi che, nonostante la guerra, conservano intatta la loro umanità e restano fedeli al rispetto di quelle regole non scritte, che distinguono gli uomini dalle bestie: il capitano inglese, che, dopo aver liberato la principessa, le rimprovera la sua eccessiva crudeltà, e il suo connazionale tenente di vascello John Colter; tra i Francesi, il sottotenente Delareaux e, specialmente, il protagonista Manilio d’Ollecram, tanto poco condizionato da pregiudizi razziali, da innamorarsi di una principessa indiana, per di più appartenente a una tribù nemica. Già, l’amore… In questo romanzo funge da sottile e, spesso, sotterraneo filo conduttore, come se non avesse il coraggio o la forza di alzare la sua voce sul fragore degli spari, sui lamenti degli agonizzanti, sulle urla strazianti degli infelici torturati. Eppure c’è e, anche se bisbiglia pudicamente, si fa sentire in mezzo alla tragedia delle battaglie, degli agguati, degli inseguimenti, dei rancori, delle vendette sanguinose e in conclusione trionfa…, almeno fino alle ultime pagine.
Che dire del finale? Senz’altro giunge inatteso e ad alcuni può anche lasciare l’amaro in bocca, ma in definitiva produce nell’animo lo stesso sgomento di tutte le cose destinate tristemente a finire.

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Festìna lente

Questo motto latino, tuttora molto usato, significa: affréttati lentamente, e pare che fosse pronunciato spesso dall'imperatore Augusto,...