mercoledì 14 dicembre 2022
Il diavolo e l'acqua santa
domenica 11 dicembre 2022
Poeti sì, poeti no
Nella cultura latina la poesia è concepita come l'esito dell'equilibrata convergenza di due risorse, l'una in funzione dell'altra: l'ingenium e l'ars. Il primo termine indica le doti naturali e innate, mentre il secondo mette l'accento sulla tecnica compositiva. Il solo ingenium può essere sufficiente a qualificare un poeta, ma rozzo, in quanto egli ha – sì – qualche cosa da dire, ma la dice male, in modo inadeguato. La sola ars non è in grado di raggiungere la poesia, ma nel migliore dei casi può rendere qualcuno un buon verseggiatore, un facitore di versi. L'indispensabile compresenza di questi due elementi è testimoniata da Cicerone nel giudicare positivamente il poema di Lucrezio, un poeta a lui non molto gradito, perché appartenente alla corrente filosofica dell'epicureismo, da condannare, secondo il grande oratore, che non approvava né la sua etica basata sul piacere, né il suggerimento di astenersi dall'attività politica. In una lettera al fratello Quinto (libro II, 9, 3) egli riconosce obiettivamente che nel De rerum natura si trovano molti sprazzi d'ingegno (multis luminibus ingenii) ma anche molta arte (multae tamen artis).
Fatta questa doverosa premessa, passo ad esaminare tre particolari concetti di poesia presenti nelle opere di Orazio, Persio e Giovenale: in realtà si potrebbero definire tre “variazioni sul tema”, perché sono tre personali interpretazioni dello stesso argomento. Non è un caso che io abbia scelto tre esponenti del genere satirico, un genere letterario pericolosamente in bilico tra la tentazione prosastica – anche prosaica! – e la vibrante asserzione di elevati princìpi morali, spesso assai curata stilisticamente.
Ometto di sottolineare ancora una volta l'alto livello artistico raggiunto dalla varia produzione oraziana – è ovviamente superfluo –, ma mi preme precisare che il poeta venosino è stato anche un grande teorico di poesia, come testimonia l'Epistola ai Pisoni, il poemetto didascalico, anch'esso – tra l'altro – pregevole opera di poesia, in cui egli si dimostra un esperto conoscitore dei canoni dell'arte poetica, tra cui la necessità che l'ingenium e l'ars svolgano un ruolo combinato per il raggiungimento dei più soddisfacenti risultati artistici. Ma non è su questo che vorrei soffermarmi.
Nella II epistola del II libro, dedicata a Floro, rievocando tra il serio e il faceto gli inizi della sua carriera poetica, egli dice con una formula autoriduttiva e autoironica (cfr. per es. l'equipollente espressione Epicuri de grege porcum nel verso 16 dell'epistola I, 4):
paupertas impulit audax ut versus facerem
“sotto la spinta della povertà trovai il coraggio di fare versi
(Epistole II, 2, 51 – 52)
Molti critici hanno preso alla lettera questa osservazione, scandalizzandosi perché la povertà non è assolutamente un movente adeguato per trasformare in poeta chi già non lo sia. Ma Orazio non ha detto questo, dato che ha usato la locuzione versus facere, fare versi, che è ben diversa da “essere poeta”, ma equivale a “essere un verseggiatore, un facitore di versi”. Chi sarebbe tanto sventato e irriverente da qualificare come verseggiatore o facitore di versi un Dante, un Petrarca, un Tasso o un Leopardi?
Persio, l'immediato successore satirico di Orazio, dimostra invece di aver inquadrato nei giusti termini l'ambigua confessione del suo predecessore, approfondendone la portata per rivolgere un giudizio di disvalore alla pseudopoesia dei suoi contemporanei. È la critica tagliente contenuta nella seconda metà dei Choliambi, in cui i poetastri coevi sono paragonati a corvi, gazze e pappagalli che, stimolati dall'offerta di cibo, si sforzano di ripetere meccanicamente parole umane. Alla paupertas oraziana egli sostituisce più prosaicamente il venter, l'appetito, la voracità:
Quis
expedivit psittaco suum 'chaere'
picamque
docuit nostra verba conari?
Magister
artis ingenique largitor
venter,
negatas artifex sequi voces.
“Chi ha reso agevole al pappagallo il suo <buongiorno!> e ha insegnato alle gazze a cimentarsi nella pronuncia di parole umane? Il ventre, maestro dell'arte e donatore d'ingegno, capace di far riprodurre suoni umani non consentiti dalla natura” (Choliambi, 8 – 11)
Da notare che, secondo Orazio, la paupertas aveva potuto trasformarlo in un buon versificatore (impulit ut versus facerem), cioè gli aveva concesso l'ars, mentre Persio nel suo impietoso sarcasmo va ben oltre, perché qualifica il ventre come “maestro dell'arte e donatore d'ingegno”, quindi del tutto in grado di trasformare in vero poeta – in cui si abbinano ingenium ed ars – anche chi non abbia ricevuto dalla natura un'indole poetica.
Giovenale, l'ultimo grande satirico latino, non poteva non dire la sua a questo proposito. Nella I satira egli passa in rapida rassegna la corruzione presente in Roma. Davanti a tanta depravazione e perversione non può rimanere indifferente e decide di scendere nell'agone poetico, per denunciare il vizio dilagante. Ma un dubbio l'assale: sarà in grado di scrivere versi all'altezza di un argomento così impegnativo e coinvolgente? Avrà la giusta ispirazione? Ed ecco la risposta:
Si natura negat, facit indignatio versum
“Se la natura mi nega l'indole poetica, sarà l'indignazione a dettarmi i versi”
(Satire, I, 79)
Quindi Giovenale è convinto che l'assenza del talento (dote innata = ingenium) può essere compensata dall'indignatio, accompagnata nel suo caso da una sofisticata tecnica compositiva (= ars), dovuta ai suoi studi retorici. È questa, come abbiamo visto una terza interpretazione particolare del controverso rapporto tra ingenium ed ars, che Orazio affronterà in modo più impegnativo nell'Epistola ai Pisoni, la fondamentale Ars Poetica, oggetto di culto fino alle soglie del Romanticismo.
giovedì 8 dicembre 2022
Buon compleanno, Orazio!
martedì 6 dicembre 2022
Bacchanalia uiuere
Il titolo significa vivere in modo dissoluto, come chi partecipa ai Baccanali. In questo momento storico di sbandamento morale, in cui l'eccezione è diventata la regola e la depravazione e la perversione sono giustificate e imposte dal mainstream e dai poteri dominanti, seguendo l'esempio della dantesca Semiramide, che libito fe' licito in sua legge, / per torre il biasmo in che era condotta (Inferno, V, 56 – 57), sarebbe il caso di rileggere la seconda satira di un nauseato Giovenale, che bolla il vizio con parole di fuoco, mostrandosi inoltre di una sorprendente preveggenza. Ne cito solo i primi tre versi: a chi volesse leggere il seguito del testo e della mia traduzione, con annesso un mio articolato commento, mi permetto di consigliare il libro da me pubblicato nel 2015, intitolato “Ma li difende il numero”.
Vltra
Sauromatas fugere hinc libet et glacialem
Oceanum,
quotiens aliquid de moribus audent
qui
Curios simulant et Bacchanalia uiuunt.
“Avrei voglia di fuggire via da qui e andarmene al di là dei Sarmati e dell'Oceano glaciale, tutte le volte che osano pontificare sulla morale quelli che a parole si atteggiano a uomini austeri e virtuosi, mentre si abbandonano alle orge più sfrenate” (Giovenale, Satire, II, 1 – 3).
domenica 4 dicembre 2022
Buon compleanno, Persio!
Per celebrare degnamente il suo compleanno, voglio ricordare uno solo dei suoi tanti meriti: tra i cinque scrittori più eminenti vissuti durante il principato neroniano – Seneca, Lucano, Petronio, egli stesso e Silio Italico – Persio fu l'unico a non compromettersi con il truce potere tirannico allora dominante, evitando di frequentare la corte di Nerone.
Ed ecco un piccolo assaggio delle sue qualità poetiche, però non satiriche, ma puramente descrittive. In due versi e mezzo tratteggia con cura affettuosa un angolo intimo e incantevole, a lui molto caro:
… Mihi
nunc Ligus ora
intepet
hibernatque meum mare, qua latus ingens
dant
scopuli et multa litus se ualle receptat.
“Adesso la spiaggia ligure mi offre il suo tepore e il mio mare trascorre l'inverno in tutta tranquillità, protetto dal baluardo di una massiccia scogliera, dove la costa si ritira in una profonda insenatura” (Satira VI, 6 – 8).
venerdì 25 novembre 2022
Orazio e la fuga del tempo
Se Orazio avesse scritto solo i diciassette Epòdi, sarebbe rimasto nell'ombra come uno dei tanti poeti latini minori, perché la loro composizione non ha dato un contributo determinante alla sua fama immortale. Però ce ne sono alcuni che, a mio parere, pur nei loro limiti non sfigurano a confronto con le opere maggiori, Uno di questi pochi è il tredicesimo. In esso troviamo un'anticipazione, ancora un po' sfocata, della concezione oraziana del tempo, che sarà presentata in maniera nitida e insuperabile nelle Odi I, 9 e 11 e nella IV epistola del primo libro. È assai probabile che questa poesia sia stata composta da Orazio subito dopo la battaglia di Filippi (42 a. C.) o subito dopo il suo ritorno in Italia, pur riferendosi a quello sfortunato avvenimento a cui partecipò in prima persona. Questo Epòdo ci presenta la stessa struttura, che ritroveremo nelle Odi dello stesso argomento: un esterno gelido o piovoso e ventoso, comunque minaccioso; un interno accogliente, confortato dal calore dell'amicizia e dal vino, che suggerisce sagge considerazioni sulla vita. A questo schema si aggiunge un riferimento mitologico, che non persegue alcun fine di estetismo, come nella poetica alessandrina, ma collabora all'impostazione sapienziale del disincantato moralismo oraziano.
Horrida
tempestas caelum contraxit et imbres
nivesque
deducunt Iovem; nunc mare, nunc siluae
Threicio
Aquilone sonant. Rapiamus, amici,
occasionem
de die dumque virent genua
et decet,
obducta solvatur fronte senectus.
Tu
vina Torquato move consule pressa meo.
Cetera
mitte loqui: deus haec fortasse benigna
reducet
in sedem vice. Nunc et Achaemenio
perfundi
nardo iuvat et fide Cyllenea
levare
diris pectora sollicitudinibus,
nobilis
ut grandi cecinit Centaurus alumno:
“Invicte,
mortalis dea nate puer Thetide,
te
manet Assaraci tellus, quam frigida parvi
findunt
Scamandri flumina lubricus et Simois,
unde
tibi reditum certo subtemine Parcae
rupere,
nec mater domum caerula te revehet.
Illic
omne malum vino cantuque levato,
deformis
aegrimoniae dulcibus adloquiis.”
Una paurosa tempesta ha contratto il cielo e le piogge e le nevi lo riversano sulla terra; ora il mare, ora i boschi risuonano sotto il soffio dell'Aquilone trace; amici, strappiamo al giorno l'occasione che ci porge e, finché la gioventù rende salde le ginocchia e non è sconveniente, sparisca dalla nostra fronte l'ombra della vecchiaia. Tu, metti mano al vino che fu preparato al tempo del mio console Torquato. Non dire altro: forse un dio, a sua volta, rimetterà le cose a posto, rendendole a noi favorevoli. Ora è bello spalmarsi di nardo persiano e alleggerire i cuori delle meste preoccupazioni con la lira del dio di Cillene, come cantò il nobile Centauro al grande alunno: “O invincibile mortale, figlio della dea Teti, ti attende la terra di Assaraco, che attraversano le fredde acque del piccolo Scamandro e il Simoenta che scorre veloce, da dove le Parche ti hanno troncato il ritorno nel loro filo infallibile, né la tua madre cerulea potrà ricondurti a casa. Lì allevierai ogni angoscia con il vino e con il canto, dolci conforti dell'avvilente tristezza”.
sabato 19 novembre 2022
Due poeti latini
Per tanti anni non ho osato approfondire lo studio di Lucrezio, perché lo consideravo un oggetto di venerazione e mi sarebbe sembrato di fargli un torto, di menomarlo in qualche modo, visto che nel corso di laurea in Lettere antiche, tranne l'intera Eneide di Virgilio, quattro opere di Seneca e il primo libro degli Annali di Tacito, i programmi di quegli anni non mi hanno offerto l'opportunità di affrontare la lettura di nessun altro dei grandi classici latini, tanto meno di Lucrezio, ma solo i frammenti dell'Atellana, dei mimografi, degli “Annales” di Ennio (una piacevole sorpresa!), il poemetto pseudovirgiliano Aetna e scritti minori di questo tipo. Perciò mi accontentavo di rimasticare quanto appreso in III Liceo tramite la lettura diretta dei suoi versi nella pregevole antologia lucreziana di Luciano Perelli, che tuttora conservo gelosamente in discrete condizioni. L'unica cosa che mi concessi fu di acquistare il saggio critico dello stesso Perelli: “Lucrezio poeta dell'angoscia”, per sviscerare meglio la sua suggestiva interpretazione lucreziana, ma senza voler aggiungerci nulla di mio. Poi con il passar del tempo ho cominciato a leggere – con grande fatica ma con altrettanto piacere – il testo integrale del “De rerum natura”, accompagnando la lettura con tante altre opere critiche e rendendomi conto che al povero Lucrezio ogni studioso faceva dire una cosa diversa e che veniva stiracchiato e distorto in ogni direzione, ora come un fiero ateo e materialista, ora come un inconsapevole cercatore di Dio, ora come un grigio e pedissequo discepolo di Epicuro senza alcuna originalità, ora come un fanatico ecologista, ora come un inguaribile nevrotico o addirittura psicotico, ora... Per non parlare di chi si è appropriato del suo pensiero, presentandone una ridicola traduzione in italiano senza neppure conoscere il latino, attirandosi addosso l'ovvia reminiscenza foscoliana, relativa a Vincenzo Monti, definito beffardamente “gran traduttor dei traduttor d'Omero”.
Dopo tanti anni di studio e d'insegnamento finalmente mi sono deciso a dire la mia, dedicandogli due libri: “Lucrezio e il canto del nulla” nel 2018 e “Al di là di Lucrezio” nel 2020. Se la mia età non più verde me lo consentirà, vorrei scrivere su di lui una terza opera, perché ogni tesi e ogni sua antitesi richiedono una sintesi, che le superi e le risolva in una più alta e più comprensiva unità.
E passiamo a Quinto Orazio Flacco.
Quando lessi una scelta delle sue opere in II Liceo, non mi fece un grande effetto, perché lo trovai troppo ostico. La “curiosa felicitas” (= l'accurata ricerca del vocabolo più calzante) di petroniana memoria e la studiata collocazione delle parole, strategicamente funzionale a una più soddisfacente espressività, non potevano non provocare grandi difficoltà a uno studente liceale, anche se studioso come ero io, ma ancora poco più che digiuno di sofisticate nozioni stilistiche. Dovevano passare tanti anni e tante vicende (l'università, la bufera del '68, il servizio militare, la ripresa degli studi universitari interrotti, la laurea, le prime esperienze didattiche), prima che io fossi in grado di riprendere in mano Orazio con cognizione di causa e lo considerassi un amico, con cui confrontarmi e intrattenermi a colloquio. Così nel 1977 scrissi la mia prima opera su Orazio, che non pubblicai, ma che fu apprezzata dai pochi a cui la feci leggere: la traduzione in versi delle venti epistole del I libro (alcune in endecasillabi sciolti, altre in terza rima), precedute da un'introduzione e dalla “Vita di Orazio” scritta da Svetonio. Quest'opera – come detto, mai pubblicata – mi è molto cara, perché è l'unica mia, oltre alla tesi di laurea, che mio padre lesse e apprezzò, non essendo vissuto tanto da poter conoscere i miei romanzi e i miei saggi letterari. Però nel 2014 scelsi le dieci epistole, che ritenevo tradotte meglio, ampliai l'introduzione, aggiunsi due brevi capitoli su altri aspetti della personalità oraziana e integrai il tutto con un epilogo, contenente un brano tratto dalla seconda epistola del II libro. Quindi pubblicai la nuova opera con il titolo “Tanti saluti da Orazio” sotto forma esclusiva di ebook, riservando solo per me un certo numero di copie cartacee, che in parte distribuii a parenti e amici, in piccola parte tenni per me.
Qualcuno potrebbe chiedermi: perché concentrarsi solo sulle Epistole?
Perché le ritengo il capolavoro oraziano. Numerose sue Odi sono bellissime e ne sono entusiasta; le Satire hanno attribuito a Orazio la fama nei secoli – non dimentichiamo che Dante lo presenta come “Orazio satiro” –, ma io apprezzo tantissimo le satire I, V, VI, IX del primo libro, la II, la VI (la più bella in assoluto) e l'VIII del secondo: delle altre alcune sono molto importanti per la storia del suo pensiero, altre sinceramente mi lasciano indifferente.
Comunque su Orazio ho pubblicato nel 2017 un secondo libro: “Orazio. Una via per la saggezza”, in cui prendo in esame la sua vita e tutta la sua produzione poetica, presentando un'ampia scelta delle sue poesie da me tradotte, compresi numerosi brani dell'Epistola ai Pisoni, altrimenti detta “Ars Poetica”.
mercoledì 2 novembre 2022
Una palestra per il cuore e per la mente
Novembre è il mese dei defunti. A maggior ragione se tuo padre e tua madre sono morti rispettivamente un 9 e un 25 novembre. Tanto più se sei un cultore di latino e greco e hai passato tante ore, anzi tanti giorni, mesi e anni con i grandi spiriti del passato: Omero, Erodoto, Eschilo, Platone, Cicerone, Lucrezio, Orazio, Seneca... È un po' come farli resuscitare temporaneamente, come essere il medium in una seduta spiritica, in cui interroghi i padri antichi sui temi fondamentali dell'esistenza. E così tramite loro hai parlato della vita e della morte, dell'amore e dell'odio, del giusto e dell'ingiusto, del piacere e del dolore, del bene e del male... A chi? A chi nella quasi totalità dei casi non era in grado di sentirti, perché sordo moralmente e spiritualmente. Tutto fiato sprecato, tutte parole perdute nel nulla.
Eccomi, Omero e Lucrezio, torno – ora solo – da voi.
giovedì 27 ottobre 2022
Sulle orme di Telemaco
venerdì 14 ottobre 2022
Il primo amore
sabato 1 ottobre 2022
Le fitte del rimorso
Tutta questa premessa ha il fine di presentare l'esordio della XIII satira (vv. 1 – 3), una palese testimonianza di quanto Giovenale stia scandagliando l'animo umano nella seconda fase della sua produzione poetica:
Exemplo
quodcumque malo committitur, ipsi
displicet
auctori. Prima est haec ultio, quod se
iudice
nemo nocens absolvitur...
Qualunque azione, che possa valere da cattivo esempio, si ritorce contro lo stesso autore: questa è la prima punizione, perché nessun colpevole viene assolto, quando a giudicarlo è la sua coscienza...
Con il suo inconfondibile stile di incisiva eloquenza Giovenale definisce una volta per tutte la natura del rimorso. Rileggiamo le sue parole: “qualunque azione, che possa valere da cattivo esempio”. Notate bene: “qualunque”. Non bisogna pensare ai peggiori crimini, come uccidere, stuprare, rubare... no: “qualunque azione che possa valere da cattivo esempio”. Per esempio, la menzogna, la mancanza di rispetto, l'ingratitudine, qualunque azione, cioè, che danneggi o faccia soffrire un'altra persona; ma pure una non azione, perché anche omettere o non voler fare ciò che si potrebbe e si dovrebbe risulta alla fine un'espressione di malevolenza nei confronti di chi si aspettava quell'azione e ci contava. Il giudizio della propria coscienza è implacabile e tormenta nell'intimo l'individuo, sebbene non voglia ammetterlo apertamente.
Un'ulteriore dimostrazione di quanto sia utile e formativa la lettura di Giovenale.
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