... di Franz Kafka (Praga, 3 luglio 1883), uno dei più grandi scrittori del XX secolo. Tre romanzi inquietanti (America, Il processo, Il castello), una raccolta di racconti fantastici, Le lettere a Milena, I diari: ce n'è abbastanza per soddisfare tutti i gusti. Sono contento di condividere il mio compleanno con uno scrittore geniale come lui.
lunedì 3 luglio 2023
domenica 25 giugno 2023
Un modesto eulogio di Giovenale
No, non è stato un errore di ortografia, ho scritto proprio eulogio: dal verbo greco εὐλογέω [= euloghèo, lodare, esaltare].
Il valore della poesia di Giovenale non è stato ancora adeguatamente riconosciuto da coloro che si occupano professionalmente di Letteratura latina, o almeno non da tutti nella stessa maniera. Me ne sono chiesto il perché.
Ritengo che le risposte possano essere molteplici.
Cominciamo col dire che tuttora sopravvive un concetto retorico di “romanità”, intesa come esaltazione preconcetta di un trionfale imperialismo e come missione civilizzatrice, rintracciabile – per esempio – in alcuni passi di Virgilio e di Orazio i due massimi poeti dell'età augustea e di tutta la latinità. In tempi ben diversi, nel V secolo d. C., gli stessi valori sono stati poi magnificati, ma con una cocente carica di nostalgia, da Rutilio Namaziano, che assisteva con sgomento alla disgregazione dell'Impero romano sotto i colpi convergenti delle invasioni barbariche e della nuova concezione della vita e del destino umano introdotta dal Cristianesimo.
Giovenale, invece, rimpiange il passato glorioso, ma solo per contrapporlo come sferzante rimprovero alla dilagante corruzione e perversione dei discendenti degeneri degli antichi eroi, che avevano reso grande Roma. Davanti ai suoi occhi delusi non si presenta alcuna possibilità di riscatto, né presente né futuro, tanto meno affidato a eventuali imprese militari, considerando che la XVI satira attacca senza mezzi termini i vantaggi e i privilegi di cui godevano i soldati e particolarmente la milizia pretoriana, divenuta sotto l'imperatore Adriano un vero e proprio corpo d'élite.
Un'altra motivazione potrebbe essere il comprensibile disagio procurato ai più dalle incrollabili convinzioni del “malpensante” Giovenale sugli immigrati, sulle donne e sugli omosessuali, in evidente contrasto con le teorie sostenute oggi dal pensiero “politicamente corretto”, a cui molto spesso devono uniformarsi – anche obtorto collo – tutti coloro che ambiscono a riconoscimenti dalla cultura ufficiale o alla concessione di finanziamenti per le loro attività di ricercatori.
Inoltre alcuni possono essere disturbati dall'innegabile sfoggio di artifici retorici del poeta aquinate, che a volte – non lo nego – possono dare l'impressione di una palla al piede, ma nei momenti più ispirati della sua poesia, che sono davvero molti, si rivelano un elemento determinante, per conferire brillantezza ed efficacia espressiva a tante sue riflessioni e a singole locuzioni diventate proverbiali.
Nella valutazione obiettiva delle satire di Giovenale fa da ostacolo, infine, il secolare confronto con quelle oraziane, presentate dalla maggioranza degli studiosi come il modello insuperabile della satira latina: bonarie, sorridenti, ironiche e spesso autoironiche, rivolte a una ristretta cerchia di amici dai gusti raffinati, ma in conclusione fondamentalmente innocue, perché trascurano volutamente il lato drammatico dell'esistenza. Proprio per questo motivo ritengo improponibile e fuorviante il confronto tra le satire di Orazio e quelle di Giovenale, essendo convinto che la comune qualifica di satire non sia sufficiente a giustificare la loro appartenenza al medesimo genere letterario. Per quanto l'aquinate spesso tenga presente la lezione del venosino, tra l'ispirazione dell'uno e quella dell'altro non c'è niente in comune: sono due tipi di poesia diversi, sebbene definiti entrambi come satira.
giovedì 1 giugno 2023
Omofollia
Negli ultimi giorni qualcuno con una dichiarazione inopportuna, anche se – o proprio perché – dettata dal dominante e prevaricatore pensiero unico, ha intonato una geremiade sulla piaga insopportabile di alcune fobie, riguardanti però una minima percentuale di persone, a cui, quando è necessario, va tutta la solidarietà, ma che non possono pretendere di monopolizzare con i loro problemi personali l'attenzione di un'intera società per tutte le ore di tutti i giorni di tutti gli anni. Oltretutto le vere piaghe insanabili sono ben altre, e non riguardano i personalissimi gusti che si esplicano in camera da letto, su cui – giustamente – nessuno ha il diritto di sindacare, ma le esigenze primarie della vita, anzi della sopravvivenza: la difficoltà di trovare un lavoro dignitoso e remunerato decentemente, il problema dell'alloggio, due problemi che, uniti, sono l'ostacolo maggiore che impedisce a un uomo e a una donna di poter formare una famiglia, e poi la malasanità, che si è ben messa in mostra negli ultimi anni, il degrado irrecuperabile in cui è caduta la scuola, che ha trasformato la sua fondamentale funzione formativa in un'indegna funzione informativa, sostanziata dalle stupide e squallide teorie suggerite dalle mode del momento, la follia bellicista che fa sprecare diabolicamente nella pervicace ricerca della morte ingenti risorse, che potrebbero risolvere almeno in parte non pochi dei problemi vitali suaccennati, lo sfruttamento dei bambini, non soltanto a proposito del lavoro minorile ma anche della pedofilia, del loro indegno traffico, dell'espianto dei loro organi, e chi più ne ha, più ne metta.
C'è da aggiungere che questi personaggi, che vorrebbero fare la morale agli altri, pontificando e atteggiandosi a grandi saggi, ignorano pure il significato delle parole che usano con tanta superficiale sicumera. Per esempio, tutti i nomi composti con il suffisso -fobia, che in greco significa paura: agorafobia, claustrofobia, acrofobia, aracnofobia etc., equivalgono a paura dello spazio aperto, di un luogo ristretto, dell'altezza, dei ragni e, quindi, sono un disturbo della personalità, che nessuno si è mai sognato di definire un crimine, ma un'oggettiva limitazione nel comportamento di chi ne è soggetto. Pertanto – e veniamo al punto – la parola omofobia, formata da due parole greche: omoios (= uguale) e fobia (= paura), equivarrebbe semplicemente a: paura dell'uguale ed è un erroneo e inammissibile stravolgimento linguistico e logico farle acquistare l'attuale e vituperato significato di: odio per coloro che fanno l'amore con uno(a) dello stesso sesso.
mercoledì 19 aprile 2023
Orazio, un amico fidato
Ma anche alcuni critici letterari, o improvvisatisi tali, hanno mostrato una grande difficoltà a valutarlo degnamente e sono caduti banalmente nello stupido errore di imporgli un'unica maschera, da loro scelta arbitrariamente, dandone un'interpretazione asfittica e sterilmente riduttiva, talora addirittura offensiva. Si pensi, per esempio, alle critiche acide di Vittorio Alfieri, alla freddezza di Ugo Foscolo, alle insolenze gratuite di Huysmans, che in A rebours lo definisce esasperante bamboccione e vecchio pagliaccio. Tanto peggio per loro: non si può piacere a tutti, tanto più se, anche a dispetto dell'età che dovrebbe suggerire saggezza e moderazione, si conserva una sensibilità così esasperata, da sconfinare nell'autoesaltazione nevrotica. Però sbaglia pure chi ammira smodatamente la classicità di Orazio, riducendola a una gelida perfezione equilibrata e armonica, da contemplare in adorazione. La grandezza della poesia oraziana, al di là della raffinata eleganza formale, sta nel suo germogliare dalla vita vissuta... e sofferta. La saggezza di Orazio nasce dall'esperienza, non è qualcosa di libresco e di imparaticcio, appreso sui sacri testi dei filosofi, e per capirlo non serve un grande sforzo interpretativo, perché ce lo dice lui stesso (Epistole I, 1, vv. 14 – 15):
nullius addictus iurare in uerba magistri,
quo me cumque rapit tempestas, deferor hospes.
non m'impegno a seguire ciecamente
l'insegnamento di nessun maestro,
ma dovunque mi spinga la tempesta,
chiedo ospitalità.
Basterebbe leggere – e capire – questi due soli versi per mettere fine una buona volta a tutta l'annosa (secolare?) e inconcludente controversia se Orazio sia stato più epicureo che stoico e fino a che punto. Eppure c'è ancora chi lo strumentalizza come bandiera di un personale e anacronistico epicureismo, oltretutto malcompreso e quasi mai basato sulla conoscenza diretta dei testi greci e latini in lingua originale. La lettura ragionata della IV epistola del I libro sarà sufficiente – spero – a chiarire tutte le idee confuse a riguardo. Al testo latino aggiungerò la mia traduzione ritmica in terza rima, già pubblicata nei miei due libri dedicati ad Orazio:
Albi,
nostrorum sermonum candide iudex,
quid nunc te dicam facere in
regione Pedana?
Scribere quod Cassi Parmensis opuscula uincat,
an
tacitum siluas inter reptare salubris,
curantem quicquid dignum
sapiente bonoque est?
Non tu corpus eras sine pectore; di tibi
formam,
di tibi diuitias dederunt artemque fruendi.
Quid uoueat
dulci nutricula maius alumno,
qui sapere et fari possit quae
sentiat, et cui
gratia, fama, ualetudo contingat abunde,
et
mundus uictus non deficiente crumina?
Inter spem curamque, timores
inter et iras
omnem crede diem tibi diluxisse supremum;
grata
superueniet quae non sperabitur hora.
Me pinguem et nitidum bene
curata cute uises,
cum ridere uoles, Epicuri de grege porcum.
Delle satire mie giudice schietto,
Albio, che fai laggiù rinchiuso a Pedo?
Componi poesie più del libretto
di quel Cassio parmense belle – credo –
o nei boschi aromatici un po' mesto
mentre passeggi, meditar ti vedo
ciò che è degno di un uomo saggio e onesto?
Nel tuo corpo era un'anima. Gli dei
bellezza e un patrimonio non modesto
ti diedero e a goderne abile sei.
Di più che può augurare la nutrice
al dolce bimbo allattato da lei?
“Abbia giudizio, voce ammaliatrice,
salute, gloria, stima dei potenti
e di vita un tenor che non disdice.”
Mentre angosciato sei dai sentimenti
della speranza e del timore vani,
stima ogni giorno, che ti si presenti,
come se fosse l'ultimo: il domani,
quando è inatteso, giunge meno scuro.
Grasso, lucente, animo e corpo sani,
mi troverai, da ogni difetto puro,
se un giorno vorrai farti due risate:
un vero porcellino di Epicuro.
Con ogni probabilità il destinatario della poesia doveva essere il poeta elegiaco Albio Tibullo, che in un momento di depressione, forse dovuta o a una delusione amorosa o a un presentimento dell'imminente morte prematura (morirà a 35 anni), si era rifugiato a meditare in una piccola località laziale. Il tono affettuoso e fraternamente consolatorio – da fratello maggiore – risulta chiaro fin dall'inizio, quando Orazio mostra di apprezzare il giudizio lusinghiero che l'amico Albio aveva pronunciato sulle sue Satire e scherzosamente avanza l'ipotesi maliziosa, ma inverosimile, data l'improponibilità di un eventuale confronto, che Tibullo si stia impegnando a superare le poesiole di un autore di secondo piano.
Tra i tanti complimenti rivolti all'amico il più bello e il meno epicureo è: non tu corpus eras sine pectore (= tu non eri un corpo senza un'anima). Infatti un autentico seguace di Epicuro, ritenendo l'anima materiale come il corpo, in quanto anch'essa costituita da un'aggregazione di atomi pur se più sottili e, quindi, destinata a disgregarsi con quello alla morte fisica, non poteva mettere in contrapposizione anima e corpo, evidenziandone la natura distinta e, di conseguenza, rivolgendo un indiretto complimento all'amico per la sua spiritualità. Quanto al consiglio di considerare ogni giorno come l'ultimo, in modo che giunga più gradita ogni ora futura inattesa, è un invito a concentrarsi concretamente sul presente – come il carpe diem – senza proiettare astrattamente la propria vita in un ipotetico futuro: un suggerimento che non appartiene alla sola dottrina epicurea ma all'universale saggezza perenne, al di là delle singole scuole di pensiero.
Infine l'autoidentificazione con il porcellino del gregge di Epicuro, che molti per insipienza o malafede, hanno voluto prendere sul serio, non è una dichiarazione di fede epicurea, ma solo l'ultimo tentativo di strappare un mezzo sorriso all'amico malinconico, presentandosi come la caricatura di se stesso.
giovedì 6 aprile 2023
Una lezioncina di Giovenale
Sono molti, ormai, a proclamare sconsolatamente che l'umanità contemporanea ha iniziato una corsa incosciente ma volontaria verso l'autodistruzione, in primo luogo morale. Questo è testimoniato da prove inoppugnabili: la messa in discussione di tutti i princìpi etici, che per millenni sono stati il caposaldo della civiltà; il voluto smantellamento della scuola, che, da fornitrice di educazione intellettuale e morale si è trasformata in una misera sfornatrice di (pseudo)competenze; la disgregazione della famiglia, con il ridimensionamento caricaturale del ruolo del matrimonio; la legittimazione di ogni voglia, che deve essere assolutamente soddisfatta come un sacrosanto diritto; lo spaventoso crollo di ogni rispetto per la vita, dalla nascita alla sua cessazione; l'abominevole lavaggio del cervello a cui sono sottoposti i ragazzi e i bambini, a cui si vogliono istillare dei dubbi sulla loro identità; per non parlare del ridicolo tentativo di snaturare il linguaggio, con il subdolo scopo di modificare il modo di pensare... Quelli appena esposti sono solo alcuni effetti della cancel culture attualmente in voga, che è molto più preciso definire necrocultura (= cultura della morte), il cui fine ultimo è la cancellazione dell'essere umano e la sua trasformazione in un transumano, un essere umano digitalizzato, che sarà molto più somigliante a un robot, a cui, dopo aver sottratto l'idea di Dio, sarà sottratta anche la coscienza.
Pensando a tutto questo cumulo di immondizie, mi è venuta in mente la frase proverbiale: Quos Deus perdere vult, prius dementat (= quelli che Dio vuol mandare in rovina, prima li fa impazzire). Anche su un simile argomento è utile consultare un classico come il satirico Decimo Giunio Giovenale.
Nella sua decima satira, che segna ufficialmente il passaggio dall'iniziale poetica dell'indignatio a un'altra basata sulla ricerca e la valorizzazione dell'interiorità, egli critica aspramente la vanità dei desideri umani, profondamente convinto che gli uomini non conoscano quali siano i veri beni da augurarsi e che quasi sempre finiscano per desiderare qualche cosa, che poi si ritorcerà contro di loro:
Evertere
domos totas optantibus ipsis
di
faciles
Gli dei con la massima facilità hanno mandato in rovina intere casate, se erano gli stessi interessati a chiederlo nelle loro preghiere
(X, 7 – 8)
Quindi è molto più conveniente lasciare agli dei la scelta di ciò che vorranno concederci:
Pro
iucundis aptissima quaeque dabunt di.
Carior est illis homo quam
sibi.
Invece delle cose piacevoli gli dei ci daranno quelle più adatte. L'uomo è più caro a loro che a se stesso.
(X, 349 – 350)
Ma se l'uomo ha messo da parte Dio e ha preso il suo posto?
lunedì 13 marzo 2023
"O natura, o natura": Lucrezio e Giovenale a confronto
Una delle cose più tragicomiche con cui dobbiamo fare i conti nella società contemporanea è il tentativo maldestro e grottesco – mi si perdoni il gioco di parole – di snaturare la natura. Si ha l'impressione – ma ormai sta diventando una vera certezza – che gli autoproclamatisi padroni del mondo (alludo alle luride oligarchie finanziarie, che gestiscono i fondi di tutte le attività mondiali, dalla pseudosanità al traffico di armi, dalla pseudoecologia all'immigrazione clandestina, dal rigido controllo dei mass-media alla gestione delle cliniche miliardarie per i cambiamenti di sesso) arriccino il naso davanti alla natura, sostenendo che – ohibò! – chiunque l'abbia creata doveva essere un emerito pasticcione e, quindi, è loro preciso compito apportare le dovute correzioni, insomma modificarla a loro piacimento, fino a violentarla. Di questo vanno blaterando gli squilibrati membri del WEF (= World Economic Forum di Davos) nelle loro farneticazioni sulla ripugnante favola del transumanesimo, a questa pretesa va ricondotta la visionaria, e quindi inattuabile, agenda ONU 2030 per lo sviluppo sostenibile, questo è il fine ultimo dei vaneggiamenti della mai abbastanza deprecata Unione Europea, che nel suo folle tentativo di rinnegare le proprie radici greco-latino-cristiane attraverso la cancel culture, pretende di sostituire ai valori del passato tutto quanto di più immondo e di più disumano – cioè di più contrario alla luminosa humanitas dei nostri padri antichi – stia venendo a galla dalla fetida palude dei conclamati, ma assai discutibili, diritti.
È sorprendente fino all'incoerenza che a sottolineare le presunte manchevolezze della natura siano proprio i materialisti, che, escludendo a priori dal loro orizzonte intellettuale e morale qualunque istanza soprannaturale, dovrebbero invece venerarla e sopravvalutarla. Ma anche riguardo a questo argomento è assai istruttivo il riferimento alla cultura classica.
Tito Lucrezio Caro in uno dei passi più potentemente ispirati, e meno epicurei, del suo splendido poema (De rerum natura, V, 195 – 234) pronuncia contro la natura un'appassionata requisitoria, accusandola di una gelida indifferenza nei confronti degli uomini, dovuta all'imperizia, che la rende incapace di provvedere al benessere del genere umano:
Quod
si iam rerum ignorem primordia quae sint,
hoc
tamen ex ipsis caeli rationibus ausim
confirmare
aliisque ex rebus reddere multis,
nequaquam
nobis divinitus esse paratam
naturam
rerum: tanta stat praedita culpa.
“Del resto, anche se io ignorassi quali siano gli elementi costitutivi delle cose, dalle stesse caratteristiche del clima oserei affermare e sostenere sulla base di molti altri motivi che in nessun caso la natura è stata forgiata per noi da un intervento divino: tanto grandi sono i difetti che essa presenta” (V, 195 – 199).
Quindi con tono accorato e risentito passa in rassegna i vari modi, in cui la natura si dimostra inadeguata nei riguardi dell'uomo, trasformandosi in una sua persecutrice e aguzzina. È un implacabile climax ascendente, che culmina con l'immagine sconsolata del neonato nudo e bisognoso di tutto, gettato sulla spiagge della vita, come un naufrago scaraventato sulla riva del mare dalle onde tempestose:
giovedì 16 febbraio 2023
Seneca e l'ingratitudine
Non patitur aviditas quemquam esse gratum
“L'avidità non permette a nessuno di essere riconoscente”.
Ciò significa che, per tutto il tempo in cui il beneficio è in atto, e risultano gratificati i desideri egoistici del beneficato – quelli che Seneca definisce aviditas –, egli mostra a parole la sua gratitudine, che si dilegua in un baleno, quando il beneficio si è concluso.
Inoltre assai profonde e – ahimè! – veritiere sono le considerazioni di Seneca contenute all'inizio del libro III:
Non referre beneficiis gratiam et est turpe et apud omnes habetur, Aebuti Liberalis; ideo de ingratis etiam ingrati queruntur, cum interim hoc omnibus haeret, quod omnibus displicet, adeoque in contrarium itur, ut quosdam habeamus infestissimos non post beneficia tantum sed propter beneficia. Hoc pravitate naturae accidere quibusdam non negaverim, pluribus, quia memoriam tempus interpositum subducit... Multa sunt genera ingratorum, ut furum, ut homicidarum, quorum una culpa est, ceterum in partibus varietas magna; ingratus <est,> qui beneficium accepisse se negat, quod accepit, ingratus est, qui dissimulat, ingratus, qui non reddit, ingratissimus omnium, qui oblitus est.
“È vergognoso, e tutti lo considerano tale, il non mostrare riconoscenza, quando si è ricevuto un beneficio, o Ebuzio Liberale; perciò anche gli ingrati si lamentano degli ingrati, mentre questo vizio, che dispiace a tutti, resta attaccato a tutti, e si arriva fino a una tale assurdità, che certi ci diventano assai ostili non soltanto dopo i benefici ma proprio a causa dei benefici ricevuti. Non potrei negare che questo accada ad alcuni per la malvagità della loro natura, ma ai più perché il tempo trascorso cancella i loro ricordi... Ci sono parecchi tipi di ingrati, come di ladri e di omicidi, ma la loro colpa è unica, pur in una grande varietà di modi: è ingrato chi nega di aver ricevuto il beneficio, che invece ha ricevuto; è ingrato chi lo minimizza; è ingrato chi non lo ricambia, ma il più ingrato di tutti è chi se ne dimentica.”
Concludo con un mio commento.
Il metodo infallibile per inimicarsi una persona è di farle dei benefici. Finché essa seguiterà a goderne, userà parole dolci che trasudano stima, riconoscenza e affetto. Ma quando il beneficio ricevuto si sarà esaurito, dopo aver completato il suo effetto vantaggioso, l'orgoglio di chi è stato beneficato, fino ad allora rimasto assopito perché sovrastato dall'opportunismo e dal godimento dell'utile personale, tornerà in primo piano e metterà in luce l'indole reale del soggetto in questione. Non potendo sopportare il peso intollerabile della gratitudine, il beneficato troncherà villanamente i rapporti, con l'illusione che, nascondendo la testa sotto la sabbia, il mondo circostante non solo sparisca alla vista, ma cessi addirittura di esistere.
Questo comportamento, riprovevole nelle persone cosiddette mature (la riconoscenza piace a Dio e agli uomini), è ancora più avvilente se lo si riscontra in un giovane, che, essendo la sua età ancora malleabile e plasmabile, molto spesso viene condizionato da insegnamenti e consigli sbagliati di genitori, parenti e amici, che ne distorcono la sua originaria e reale natura. A simili giovani non si possono che rivolgere tanti e calorosi auguri di buona fortuna, di cui hanno un sacrosanto bisogno, perché, dato il loro carattere, rivelatosi – non sempre per colpa loro – villano e indisponente, sarà molto difficile che nel cammino della vita possano intrattenere duraturi e soddisfacenti rapporti interpersonali.
mercoledì 1 febbraio 2023
Omaggio a Fedro
Di Fedro è incerta la forma precisa del nome latino, dato che nei manoscritti la sua opera è intitolata così: Phaedri Augusti liberti Fabulae Aesopiae, cioè “Favole esopiane di Fedro liberto di Augusto”, tenendo presente che Phaedri può essere genitivo sia di Phaedrus che di Phaeder. Nacque in Tracia o in Macedonia tra il 20 e il 15 a. C.: due affermazioni, contenute nel prologo del suo III libro di favole, potrebbero giustificare l'una o l'altra patria. Portato a Roma come schiavo in giovane età e poi affrancato da Augusto, rimase nel palazzo imperiale da liberto. Sotto il principato di Tiberio, il prefetto del pretorio Seiano si sentì offeso da alcune sue favole, in cui colse allusioni malevole alla sua persona, e gli intentò un processo da cui il poeta uscì condannato (non sappiamo a quale pena). Comunque, seguitò a scrivere e morì probabilmente sotto Claudio intorno al 50 d. C. Di lui ci sono giunti cinque libri incompleti di Fabulae in versi (senari giambici), a cui vanno aggiunte le 32 favole scoperte nel XV secolo dall'umanista Niccolò Perotti e denominate per questo motivo Appendix Perottina. Fedro si ispira alle favole esopiche, piene di una bonaria saggezza popolare, ma presenta una visione della vita molto più amara e disincantata, espressione degli ideali e delle convinzioni della classe subalterna – gli schiavi e i liberti – nella capitale dell'Impero. I personaggi delle favole di Fedro sono in larga maggioranza animali, umanizzati dall'autore, e da lui innalzati a simboli viventi di qualche qualità, positiva o negativa: l'asinello = la laboriosità paziente ma talora la stupidità, la pecora = la timida sottomissione, la volpe = l'astuzia, il lupo = l'ingordigia, il leone = la superbia e la prepotenza, etc. Nelle considerazioni morali, che precedono o seguono le narrazioni, risuona frequente l'invito alla sopportazione dei propri mali, dato che ogni ribellione è inutile. Caratteristica delle sue poesie è la brevitas, che non si sofferma su particolari descrittivi, ma conduce la vicenda alla sua conclusione con efficace linearità, favorita anche dalla lingua semplice e dalla forma abbastanza curata, pregi che per tanti anni gli hanno permesso di essere considerato l'autore più adatto, su cui dovessero cimentarsi i ragazzi della Scuola Media nelle loro prime traduzioni dal latino.
Fedro ha avuto la sfortuna di non essere preso molto sul serio già fin dall'antichità. Ha cominciato a ignorarlo Seneca, che nella Consolatio ad Polybium, scritta forse nel 43 d. C. durante la sua relegazione in Corsica allo scopo di consolare Polibio, liberto dell'imperatore Claudio, per la morte del fratello, gli suggerisce di distrarsi scrivendo favolette, affermando che il genere favolistico non era mai stato trattato da autori latini, cosa che gli avrebbe concesso il merito dell'originalità. Marziale, invece, lo nomina nell' epigramma 20 del III libro, ma lo definisce inprobus, usando un aggettivo sulla cui interpretazione ancora si discute: io propendo per la traduzione che ne dà Concetto Marchesi, ossia malizioso, forse – suppongo – in riferimento alla scelta di Fedro di voler presentare alcuni comportamenti animaleschi come allusione alle nefandezze di certi potenti suoi contemporanei; nel contempo Marziale avrebbe messo in burla Fedro, che nelle sue Favole usa con predilezione quell'aggettivo.
Voglio proporre la lettura del solo prologo del I libro, perché credo che sia sufficiente per restituire a Fedro la dignità che gli compete:
Aesopus
auctor quam materiam repperit,
hanc
ego polivi versibus senariis.
Duplex
libelli dos est: quod risum movet
et
quod prudenti vitam consilio monet.
Calumniari
si quis autem voluerit,
quod arbores
loquantur, non tantum ferae,
fictis
iocari nos meminerit fabulis.
Ho impreziosito in versi senari gli argomenti trovati da Esopo, che è l'inventore del genere. Due sono i meriti del mio libretto: che fa ridere e che propone suggerimenti di saggezza utili alla vita. Se poi qualcuno mi volesse criticare perché faccio parlare gli alberi, si ricordi che noi stiamo scherzando con favole inventate.
Alcune osservazioni.
Dopo il doveroso omaggio a Aesopus auctor, di cui Fedro non si considera un semplice traduttore in versi ma un rielaboratore della stessa materia, il poeta rivendica senza vanterie la propria originalità, consistente nell'avere abbellito il genere favolistico di Esopo trasferendolo in senari giambici. Da sottolineare una cosa spesso sfuggita a molti. Nei versi 3 e 4, contenenti il duplice merito del suo libretto, Fedro nobilita la sua produzione poetica facendo propria la lezione oraziana contenuta nei versi 343 – 344 dell'Epistula ad Pisones:
Omne tulit punctum qui miscuit utile dulci,
lectorem delectando pariterque monendo
“Ha meritato il voto migliore chi ha unito l'utile al piacevole,
procurando al lettore divertimento e fornendo insieme saggi consigli”
Il riferimento finale alle piante parlanti è l'ovvia precisazione che alla fantasia tutto è permesso.
sabato 21 gennaio 2023
Orazio lettore di Omero
martedì 3 gennaio 2023
Oggi è il compleanno...
sabato 31 dicembre 2022
Buon Anno a tutti!
Passeggere. Almanacchi per l'anno nuovo?
Venditore. Si signore.
Passeggere. Credete che sarà felice quest'anno nuovo?
Venditore. Oh illustrissimo sì, certo.
Passeggere. Come quest'anno passato?
Venditore. Più più assai.
Passeggere. Come quello di là?
Venditore. Più più, illustrissimo.
Passeggere. Ma come qual altro? Non vi piacerebb'egli che l'anno nuovo fosse come qualcuno di questi anni ultimi?
Venditore. Signor no, non mi piacerebbe.
Passeggere. Quanti anni nuovi sono passati da che voi vendete almanacchi?
Venditore. Saranno vent'anni, illustrissimo.
Passeggere. A quale di cotesti vent'anni vorreste che somigliasse l'anno venturo?
Venditore. Io? non saprei.
Passeggere. Non vi ricordate di nessun anno in particolare, che vi paresse felice?
Venditore. No in verità, illustrissimo.
Passeggere. E pure la vita è una cosa bella. Non è vero?
Venditore. Cotesto si sa.
Passeggere. Non tornereste voi a vivere cotesti vent'anni, e anche tutto il tempo passato, cominciando da che nasceste?
Venditore. Eh, caro signore, piacesse a Dio che si potesse.
Passeggere. Ma se aveste a rifare la vita che avete fatta né più né meno, con tutti i piaceri e i dispiaceri che avete passati?
Venditore. Cotesto non vorrei.
Passeggere. Oh che altra vita vorreste rifare? la vita ch'ho fatta io, o quella del principe, o di chi altro? O non credete che io, e che il principe, e che chiunque altro, risponderebbe come voi per l'appunto; e che avendo a rifare la stessa vita che avesse fatta, nessuno vorrebbe tornare indietro?
Venditore. Lo credo cotesto.
Passeggere. Né anche voi tornereste indietro con questo patto, non potendo in altro modo?
Venditore. Signor no davvero, non tornerei.
Passeggere. Oh che vita vorreste voi dunque?
Venditore. Vorrei una vita così, come Dio me la mandasse, senz'altri patti.
Passeggere. Una vita a caso, e non saperne altro avanti, come non si sa dell'anno nuovo?
Venditore. Appunto.
Passeggere. Così vorrei ancor io se avessi a rivivere, e così tutti. Ma questo è segno che il caso, fino a tutto quest'anno, ha trattato tutti male. E si vede chiaro che ciascuno è d'opinione che sia stato più o di più peso il male che gli è toccato, che il bene; se a patto di riavere la vita di prima, con tutto il suo bene e il suo male, nessuno vorrebbe rinascere. Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero?
Venditore. Speriamo.
Passeggere. Dunque mostratemi l'almanacco più bello che avete.
Venditore. Ecco, illustrissimo. Cotesto vale trenta soldi.
Passeggere. Ecco trenta soldi.
Venditore. Grazie, illustrissimo: a rivederla. Almanacchi, almanacchi nuovi; lunari nuovi.
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