martedì 11 agosto 2020

Partita a scacchi con la morte



"La morte che gioca a scacchi", dipinto di Albertus Pictor, pittore svedese (c. 1440 - c. 1507).

L'abbinamento tra morte e scacchi è una costante nella storia letteraria di questo gioco e nell'immaginario collettivo. La potenza intellettuale, che comunemente si attribuisce a chi eccelle in questa attività ludica, può sottintendere - agli occhi di un profano - un'intelligenza luciferina, e, quindi, per una spontanea associazione d'idee, un sotterraneo collegamento con ciò che per eccellenza è considerato il frutto del principe delle tenebre, ossia la morte, intesa come annientamento del corpo e dannazione dell'anima.
Basti pensare al film del 1957 "Il settimo sigillo", capolavoro del regista svedese Ingmar Bergman, in cui si assiste alle suggestive e famose scene della partita a scacchi giocata dal cavaliere Antonius Block e la Morte. Ambientato in un Nord Europa, dove regnano la peste e la disperazione, il film presenta il nobile cavaliere Antonius Block, appena tornato da una Crociata, che sulla riva del mare incontra la Morte. Essa pretende la sua vita, ma Antonius la sfida a scacchi, per rimandare il più possibile la propria fine:








    

giovedì 6 agosto 2020

Mi piacerebbe sapere...

... chi è stato il lettore n. 888. Il numero è molto intrigante, ne converrete. Be', vorrei conoscere il suo nome, per congratularmi con lei o con lui.

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mercoledì 5 agosto 2020

Né con te né senza di te...


Questa mattina stavo leggendo un articolo di Stefano Greco, ottimo giornalista e grande tifoso della Lazio (il suo sito si intitola "1900", che, per chi non lo sapesse è l'anno di nascita della Società Sportiva Lazio. Per la precisione: 9 gennaio 1900).
L'articolo in questione commemorava la morte prematura (47 anni!) di Giuliano Fiorini, avvenuta il 5 agosto di quindici anni fa per un male incurabile. Fiorini fu uno dell'epica e gloriosa squadra del -9. Nel campionato 1986-87 la Lazio si trovava in serie B, ma per lo scandalo del calcio-scommesse, in cui erano stati implicati molti suoi giocatori, essa evitò la retrocessione diretta in serie C, ma fu penalizzata di ben nove punti. In quei tempi la vittoria non valeva tre punti come adesso, ma solo due, per cui, per recuperare nove punti in meno, bisognava impiegare cinque partite vincendo sempre. C'era il rischio che dopo tanta fatica, gli sforzi fossero inutili e la squadra fosse comunque costretta a retrocedere in serie C, perdendo un altro anno.
Il suo allenatore era il viareggino Eugenio Fascetti, uomo fumantino ma dalle idee strategiche originalissime (era suo il sistema del cosiddetto "casino organizzato", cioè una squadra senza ruoli fissi, in cui tutti erano in grado di giocare in ogni parte del campo). Si arrivò alla partita decisiva Lazio - Vicenza: chi avesse perso, sarebbe retrocesso in serie C, mentre la vincitrice avrebbe avuto la possibilità di giocare gli spareggi con le squadre di Taranto e Campobasso. La Lazio attaccò a vuoto per 83 minuti, finché Giuliano Fiorini segnò il gol della liberazione, un gol diventato emblematico ed esemplare non solo nella storia della Lazio ma di tutto il calcio italiano. Poi la squadra uscì indenne dagli spareggi e l'anno dopo fu promossa nuovamente in serie A.
Che cosa c'entra tutto ciò con il titolo di questo mio post, che suggerisce qualche cosa di sentimentale?
Stefano Greco racconta che il giorno dopo (6 agosto), invece di raggiungere la famiglia in villeggiatura a Santa Severa, andò a Bologna, per assistere al funerale di Fiorini. Ci andò in macchina e durante il viaggio ascoltava la canzone degli U2 With or without you (= con o senza di te). Ecco lo spunto per questo mio articolo.
Mi è venuto nuovamente da pensare quanto siamo debitori ai cari antichi Latini, tanto da scopiazzarli senza pudore. Questa canzone degli U2, come pure il titolo di una miniserie in due puntate, trasmessa dalla Rai nel 2012 ("Né con te né senza di te" interpretata da Sabrina Ferilli), non fanno che imitare (plagiare?) un verso dell'opera Amores di Ovidio (III, 11B, 7), di cui, per capirne meglio il significato, citerò anche i sei versi precedenti:

Da una parte l'odio dall'altra l'amore sono in lotta tra loro e spingono il mio debole cuore ora in un senso ora nell'altro, ma - penso - vince l'amore. Ti odierò, se potrò, altrimenti ti amerò anche contro la mia volontà. Neppure il toro ama il giogo, tuttavia se lo porta appresso, pur odiandolo. Cerco di evitare la tua perfidia, ma la tua bellezza mi fa tornare indietro, mentre ti fuggo; odio i tuoi costumi corrotti, però amo il tuo corpo. Così non posso vivere né senza di te né con te. 

martedì 4 agosto 2020

Chi ben comincia...

Gentili lettrici e cari lettori, come già vi ho scritto, il 13 luglio è stato pubblicato il mio ultimo libro ("Al di là di Lucrezio"), mentre il 23 luglio mi sono state recapitate a casa le copie da me richieste. Avere tra le mani la propria creatura (intellettuale) è già un bel risultato, che mi riempie di soddisfazione. Ma c'è di più...
Ieri sera mi è giunta una comunicazione da parte della Casa editrice, che m'informava della prima vendita: la prima copia del mio libro è stata acquistata su Amazon Priority. Ve lo comunico, per condividere la mia contentezza con qualcuno che possa rallegrarsene.
E uno...  

Pecunia non olet

Il denaro non puzza!
Secondo lo storico Svetonio questa frase fu pronunciata, in questa o in una forma simile, dall'imperatore Vespasiano (69 - 79 d. C.) in risposta al figlio Tito - suo successore dal 79 all'81 d. C. - che, un po' disgustato, aveva criticato l'ultima tassa escogitata dal padre, per riempire le casse dello Stato. Si trattava della tassa sugli orinatoi pubblici, che erano tenuti a pagare i fullones, ossia i lavandai, abituati a prelevare una notevole quantità di urina, da cui si ricavava l'ammoniaca, usata per smacchiare e tingere le vesti. A Tito sembrava una tassa indecorosa, dato che concerneva un rifiuto organico, ma il padre lo invitò ad annusare alcune monete, ricavate dall'esazione di questa tassa, esprimendo il commento che è passato alla storia: il denaro non ha odore. 

sabato 1 agosto 2020

Invito ai lettori

Ho notato che in alcuni giorni c'è un considerevole numero di lettori, da 13 a 19, cosa che ovviamente mi fa piacere. Quindi rivolgo loro una richiesta, che non è difficoltoso o troppo impegnativo esaudire: invito i lettori ad esprimere le loro reazioni ai diversi post, contrassegnando le caselle (divertente - interessante - eccezionale) situate sotto l'articolo. Attualmente lo fanno uno o due...
Vi chiedo questa cortesia, che mi farebbe piacere. Grazie.  

venerdì 31 luglio 2020

Dies irae

"Il giorno dell'ira": sono le prime due parole di una poesia liturgica latina, che ne costituiscono anche il titolo, attribuita al frate Tommaso da Celano, vissuto tra la fine del dodicesimo e la prima metà del tredicesimo secolo. Non c'è più la metrica quantitativa, caratteristica dell'antica poesia latina e greca, ormai sostituita da quella accentuativa, integrata per di più dalla rima.
Argomento di questa poesia è la descrizione di ciò che avverrà il giorno del giudizio universale, quando gli squilli dell'ultima tromba riuniranno tutte le anime davanti al trono di Dio: quelle buone saranno salvate, mentre quelle cattive saranno condannate al fuoco eterno.
Quando avevo una ventina d'anni, uscì un film western, interpretato da Lee Van Cleef e da Giuliano Gemma, il cui titolo era "I giorni dell'ira", palesemente ispirato al titolo di questo testo liturgico.
Trascrivo le prime tre terzine della suggestiva poesia e ne fornisco la traduzione:


Dies irae, dies illa
solvet saeclum in favilla:
teste David cum Sibylla.

Quantus tremor est futurus,
quando judex est venturus,
cuncta stricte discussurus.

Tuba mirum spargens sonum
per sepulcra regionum,
coget omnes ante thronum.

Il giorno dell'ira, quel giorno
ridurrà il mondo in cenere:
lo assicurano David e la Sibilla.
Quanto sarà grande la paura,
quando starà per venire il giudice,
che punirà severamente tutte le colpe!
La tromba, emettendo un mirabile suono
attraverso i sepolcri di ogni luogo,
riunirà tutti davanti al trono...

Il resto lo vedremo di persona al momento opportuno.












domenica 26 luglio 2020

Siamo tornati!



26 luglio 2020:  Verona - Lazio  1 - 5
e Ciro il Grande ha fatto terno.
Alla faccia dei rosiconi...

giovedì 23 luglio 2020

L'ultimo dei miei libri



Ecco il mio ultimo libro freschissimo di stampa e appena arrivatomi a casa. Come già sanno i miei affezionati lettori, è il secondo libro che dedico allo studio del pensiero di questo straordinario poeta latino. Perché possiate capire - almeno a grandissime linee - quale sia l'argomento di questa mia opera, trascriverò la presentazione che ho composto per la quarta pagina di copertina:

L'autore non ha inteso analizzare e interpretare il pensiero di Lucrezio come esposto espressamente nel suo poema De rerum natura, ma andare ben al di là. Scopo, infatti, di questo saggio è prendere in esame quegli spunti e quegli accenni che, pur determinati e resi plausibili dalla trattazione poetica di un argomento così logico come la dottrina epicurea, aprono scorci suggestivi e si prestano ad essere i battistrada di un diverso percorso ermeneutico.

La seguente è la relativa scheda bibliografica:

Titolo: Al di là di Lucrezio
Autore: Marcello Parsi
Casa editrice: Youcanprint
Pubblicazione: Luglio 2020
Pagine: 102
ISBN: 978-88-31684-83-5
Prezzo: € 10, 00

mercoledì 22 luglio 2020

Homo homini lupus

Questa sentenza latina, tristemente famosa e citata spesso con un pizzico di rammarico, vuol dire:

l'uomo è un lupo per l'uomo.

La frase originaria, però, non è esattamente questa, perché il primo a citarla è stato il commediografo Plauto nella commedia Asinaria (atto II, scena IV, v. 495) in questa precisa forma:

lupus est homo homini,

che, con l'aggiunta di est (= è) e la posizione iniziale, invece che finale, di lupus, non ne altera minimamente il significato.
Si tratta, come è evidente, di una constatazione amara, della realistica presa d'atto che gli uomini sono mossi da fini esclusivamente egoistici, e che si comportano da spietati predatori nei confronti dei loro simili, mostrandosi sempre pronti ad approfittarsi dei più deboli e inermi, per soddisfare i propri istinti o conseguire il proprio tornaconto.
Ma lo studio della letteratura latina può avere anche una funzione consolatoria, perché a una frase così cinica, come quella scritta da Plauto, possiamo contrapporne molte altre, permeate di altruismo, che sostengono il contrario e sono quasi una carezza per la nostra anima. Citerò le due più belle.
Il commediografo Publio Terenzio Afro nella commedia intitolata Heautontimorùmenos (= il punitore di se stesso) nel verso 77 fa pronunciare al vecchio Cremete le seguenti frasi:

homo sum, humani nil a me alienum puto
sono uomo e penso che niente di umano mi sia estraneo.

A sua volta il poeta satirico Giovenale nella XV satira (vv. 140 - 142) fa una considerazione molto simile:

Quis enim bonus... ulla aliena sibi credit mala?
quale persona dall'animo buono... può credere che i dolori altrui le siano estranei?

In queste due affermazioni trovo sentimento autentico, ma nella seconda anche una sottile venatura di malinconia: non per niente nel brano immediatamente precedente l'aspro satirico di Aquino ha appena parlato del dono divino delle lacrime, che distingue gli uomini dalle bestie...
No: lo studio della lingua e della cultura latina non si può risolvere in un semplice problema di sterile erudizione, ma deve servire ad arricchire la nostra vita interiore.
    



martedì 21 luglio 2020

Busillis

Questa parola para-latina non ha un significato in sé e per sé, dato che è il frutto di un fraintendimento e di una conseguente storpiatura. Alla base c'è una storiella molto istruttiva.
Immaginate un amanuense alquanto ignorantello, che nei secoli dell'alto medioevo ha il compito di copiare a mano (non era stata ancora inventata la stampa) i testi classici della letteratura latina pagana o cristiana. Un giorno è alle prese con il testo latino dei Vangeli, la cosiddetta Vulgata, opera del coltissimo S. Girolamo. Premetto che nei codici manoscritti la scrittura era continua e non si usava ancora lo stacco tra una parola e l'altra. Mentre sta copiando, gli capita l'espressione Indiebusillis. Essa andrebbe frazionata correttamente in tre parole: in diebus illis, che nel latino tardo (quello post classico) significano: "in quei giorni" (nel latino classico si direbbe semplicemente diebus illis, senza la preposizione in). Essendo un po' ignorante, egli procede a separare in da die (che significano: "nel giorno"), ma gli resta una parola incomprensibile: busillis, che lo tormentò per il resto della sua vita.
Attualmente la parola busillis sta a indicare un problema insolubile, un vero e proprio rebus, parola latina di cui mi occuperò prossimamente.   

Post in evidenza

Festìna lente

Questo motto latino, tuttora molto usato, significa: affréttati lentamente, e pare che fosse pronunciato spesso dall'imperatore Augusto,...