martedì 9 novembre 2021

venerdì 5 novembre 2021

Un'occhiata al prossimo futuro...

Invito alla lettura: George Orwell, 1984 (in pillole)

Esempi del bispensiero, che si esprime nella neolingua: la guerra è pace, la libertà è schiavitù, l'ignoranza è forza.
La psicopolizia deve individuare e reprimere gli psicoreati, cioè l'uso di parole e di pensieri sgraditi al Partito, rappresentato idealmente dal Grande Fratello. La Storia non esiste più, perché tutti i fatti passati indesiderati o non in linea con l'ideologia del Partito sono cancellati e sostituiti con altri inventati per l'occasione. Di conseguenza chi controlla il passato controlla il futuro: chi controlla il presente controlla il passato. La menzogna diventa verità e passa alla storia.
Eliminata ogni privacy da televisori-telecamere che in ogni ambiente spiano le persone 24 ore su 24 (Il Grande Fratello vi guarda!), durante i giornalieri 2 minuti di odio vengono controllate le reazioni fisiche ed emotive dei cittadini contro i presunti nemici del Partito: chi non dimostra di odiare in modo convincente, viene perseguitato dalla psicopolizia, che dipende dal Ministero dell'Amore. In base al bispensiero, questo Ministero, in realtà, si occupa di torturare coloro che sono accusati di psicoreati.
Comunque, a prescindere da questo libro profetico, anche guardarsi intorno non è fatica sprecata...

mercoledì 3 novembre 2021

Sopra la panca...

In questi giorni, in cui sto curando la pubblicazione del mio ultimo romanzo – è la ventitreesima opera da me composta: 16 romanzi + 7 saggi critici –, mi è tornato in mente l'inizio della mia attività da romanziere, cioè il primo capitolo del mio primo romanzo La città del destino. S'intitolava, e tuttora s'intitola, a meno che qualcuno non ne abbia cambiato il titolo a mia insaputa, Una panchina nel parco, panchina che svolge un ruolo fondamentale nel corso di tutto il romanzo e, di conseguenza, in tutta la tetralogia, che appunto da lì prende le mosse, quella che ho definito La saga di AblasorOltre a quella panchina immaginaria, ma per me realissima, mi vengono in mente altre panchine nella mia vita, due prima e due dopo.

Delle due precedenti una è direttamente legata alla mia laurea, ed è una panchina di Villa Sciarra, in cui a pochi giorni dalla discussione della Tesi mi appartavo con il testo del mio elaborato, per chiarirmi ulteriormente le idee, al fine di prevedere e confutare possibili obiezioni da parte degli esaminatori e perfezionare la traduzione di alcuni brani greci da me citati, su cui verteva la discussione dell'argomento. L'altra, invece, era situata sul Gianicolo, in un vialetto che conduceva al piazzale del belvedere, la terrazza panoramica, dove si trova la statua equestre di Giuseppe Garibaldi. Lì, dopo la laurea e quando già insegnavo, mi recavo ogni tanto in qualche raro pomeriggio libero, per leggere in santa pace e in un'ambientazione invitante opere letterarie di mio gradimento. Devo precisare che allora abitavo in Viale di Villa Pamphili, abbastanza vicino sia a Villa Sciarra sia al Gianicolo.

La quarta panchina riveste per me un ruolo molto particolare, in quanto potrei dire che costituisca un record, una specie di primato anche se del tutto involontario e imprevisto. Proprio il 3 novembre dello scorso anno avrei dovuto impartire una lezione di latino a una mia allieva, che doveva prepararsi a un'interrogazione su un certo numero di poesie di Orazio. Per un disguido trovammo chiuso l'accesso agli appositi locali scolastici e quindi per un'ora e mezza mi adattai a svolgere la lezione su una panchina, collocata in una strada vicina, in mezzo al traffico automobilistico, tra l'andirivieni dei passanti, che ci guardavano sorpresi e incuriositi, mentre declamavamo ritmicamente parole in una lingua a loro sconosciuta: il fatto è che oltre alla traduzione e al commento bisognava pure eseguire la lettura metrica dei versi... Perché ho detto che potrebbe costituire un record? Perché mi è capitato di insegnare sia in presenza (naturalmente), sia molto spesso tramite e-mail, per telefono, per videochiamata, ma una e una sola volta su una panchina in mezzo alla strada. Mi mancano solo lezioni per via telepatica, ma mi sto attrezzando anche per quelle...

Comunque, c'è ancora una quinta panchina presente, pur se episodicamente, nel mio ultimo romanzo. Non ha davvero il valore materiale e simbolico della panchina nel parco, ma da romanzo a romanzo serve a chiudere questa serie ricorrente, questa specie di circolarità, da cui stranamente è rimasta avviluppata casualmente – ma non ho mai creduto al caso! – parte della mia vita. 
Ce ne sarà una sesta? 

venerdì 29 ottobre 2021

Istruzioni per l'uso

Come ho già anticipato, il mio romanzo, appena concluso, ha come argomento generale quello più semplice e antico, il contrasto drammatico tra Bene e Male. Nella sua trattazione rivestono un ruolo fondamentale i riferimenti allo storico latino Sallustio e alla religione mazdea. Su quest'ultima mi sono dilungato abbastanza nel mio precedente romanzo All'ombra del Saggio Signore. Zoroastro, il paladino e la principessa (Youcanprint, 2019), alla cui lettura ovviamente rimando, mentre sullo scrittore latino devo fornirvi delle nozioni, indispensabili per farsene una pur sommaria idea.
Gaio Sallustio Crispo nacque ad Amiterno (Abruzzo) nell'86 a. C. da una ricca famiglia plebea. Si dedicò alla politica, militando nel partito cesariano. Grazie all'intervento di Cesare, Sallustio fu riammesso nel Senato, da cui era stato espulso per indegnità, e fu nominato governatore della Numidia, in cui si arricchì secondo il malcostume del tempo. Dopo la morte di Cesare, suo protettore, si ritirò a vita privata negli Horti Sallustiani, la villa sfarzosa costruita con i proventi del suo malgoverno in Africa. Morì intorno al 34/35 a. C. Di lui ci restano tre scritti di argomento storico: due monografie complete e un'opera di ampio respiro – le Historiae – di cui ci sono pervenuti solo dei frammenti e che doveva presentare, sotto una forma annalistica, i fatti avvenuti nell'intervallo di tempo tra le vicende delle due monografie.
La prima, De Catilinae coniuratione, narra il tentativo rivoluzionario compiuto nel 63 a. C. da Lucio Sergio Catilina. Egli, nobile decaduto ed ex seguace di Silla, dopo aver cercato invano per due volte di farsi eleggere console, organizzò una congiura per impadronirsi del potere con un colpo di stato. Il seguito di Catilina era trasversale, perché ne facevano parte i falliti e i disperati delle tre classi sociali – optimates, equites e populares – che, travolti dai debiti per un eccessivo amore dei lusso e dei divertimenti, vedevano in una rivoluzione l'unica maniera per ribaltare la loro catastrofica situazione finanziaria. Come il suo capo, era gente priva di scrupoli, pronta a compiere qualunque crimine pur di soddisfare l'ambizione e l'avidità da cui era divorata. È memorabile il ritratto che Sallustio fa di Catilina, un gigante del vizio e della depravazione, che però si riscatta combattendo valorosamente e morendo nella battaglia di Pistoia contro l'esercito della repubblica. Lo scrittore ne è contemporaneamente attratto e respinto, perché se è vero che calca la mano sulla malvagità di Catilina, per dimostrare che Cesare non poteva essere segretamente d'accordo con lui – circolava questo sospetto –, d'altra parte riconosce che alcune rivendicazioni dei rivoluzionari erano accettabili, come la denuncia dell'arroganza e dello strapotere dell'oligarchia senatoria.
La seconda monografia, De bello Iugurthino, racconta la guerra (111 – 105 a. C.) combattutta da Roma contro Giugurta, usurpatore del regno di Numidia. Nipote e figlio adottivo del re Micipsa, padre di Aderbale e Iempsale, dopo la morte dello zio/patrigno volle regnare da solo e uccise i cugini/fratellastri. Il senato, corrotto dall'oro dell'usurpatore, all'inizio fece finta di non vedere, ma poiché nella conquista di Cirta, ultimo rifugio di Aderbale, Giugurta aveva fatto massacrare un buon numero di mercanti italici, fu costretto ad intervenire. La guerra andò per le lunghe, finché il comando fu assegnato al plebeo Caio Mario, che riuscì a convincere il popolo a farsi dare l'incarico, sottraendolo alla superbia degli aristocratici. Aiutato dal suo luogotenente Cornelio Silla – con cui si sarebbe scontrato negli anni a venire – Mario vinse la guerra e catturò Giugurta. Alla pari di Catilina anche Giugurta viene descritto come un genio del male ed esercita un suo fascino ambiguo, ma i veri temi dell'opera sono la corruzione della classe aristocratica e la necessità di dover ricorrere a un generale plebeo, un homo novus, per umiliare la tracotanza dei nobili e sconfiggere un nemico di Roma. Sallustio segue lo stile asiano, concettoso, ricco di immagini, tendente alla ricerca dell'effetto, basato sui contrasti e i chiaroscuri. Il suo è uno stile molto mosso, che rende la narrazione quasi romanzesca e si fonda sull'inconcinnitas (= asimmetria nella struttura della proposizione e del periodo), la brevitas (ellissi, asindeti e descrizioni concentrate), la variatio (bruschi cambiamenti sintattici) e la gravitas (ottenuta tramite l'uso di arcaismi). Una nota comune alle due monografie sono i prologhi moraleggianti, che testimoniano l'interesse di Sallustio per la filosofia e gli offrono l'opportunità di svolgere una sincera autocritica. Tra le opere a lui attribuite, ma non pervenuteci, c'è anche un poema Empedoclea, in cui si sarebbe ispirato alle dottrine di Empedocle e Pitagora.
Non so quando il mio romanzo potrà essere pubblicato, ma vi terrò aggiornati.


    

martedì 26 ottobre 2021

Finis coronat opus

"La fine è il coronamento del lavoro", ossia: ho concluso la stesura del romanzo e sto in fase di revisione.
Sono più che soddisfatto di ciò che ho scritto e di come l'ho scritto, della trama, della descrizione degli ambienti, dei caratteri dei personaggi, delle valenze che animano la narrazione e le infondono una finalità oscillante tra l'insegnamento, il gusto dell'avventura, l'estro fantastico e certi convinti - per me imprescindibili - contenuti etici.
Ancora non voglio spingermi oltre, per non scoprire le mie carte... Però, posso anticipare alcuni particolari, che per me sono secondari e talora fuorvianti, ma ad altri possono sembrare, e in realtà già lo sono sembrati in passato, fondamentali e qualificanti. Ne rivelerò due:
a) il numero delle pagine. Uno dei punti dolenti delle [bonarie] critiche rivoltemi è il numero non spropositato delle pagine dei miei libri, il cui record è stato stabilito da "Quando ruggisce la notte": 156 pagine. Bene, ho il piacere di annunciare che mi sono superato, perché questo romanzo conterà ben 158 pagine!
b) la protagonista femminile. A volte mi è stato fatto notare che le eroine - chiamiamole così -, prime attrici dei miei diversi romanzi, tendono ad assomigliarsi, specialmente nell'aspetto fisico, ma in questo romanzo ho cercato di apportare una certa dissomiglianza: niente di eccezionale, ma qualcosa di netto.
Ovviamente queste anticipazioni valgono al 99%, perché, essendo in fase di revisione, potrei anche apportare dei cambiamenti...
A breve ritornerò con un post per fornire informazioni definitive e propedeutiche alla lettura.     

mercoledì 20 ottobre 2021

Cara OCSE, fatti un... "buono"!

Oggi ho letto sul Televideo una di quelle notizie... che ti riconciliano con la vita. L'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (= OCSE), uno di quei tanti enti mondialisti, più dannosi che inutili - basti pensare a quanti guai ha combinato di recente e tuttora sta combinando l'OMS e tutti i suoi accoliti -, tramite i suoi rappresentanti, venuti in audizione alla Commissione Bilancio del Senato, ha affermato che l'Italia spende troppo per le pensioni e questo penalizza i giovani e le prospettive future. Come dire: cari vecchi, una volta che avete terminato la vostra vita lavorativa, toglietevi dai piedi il prima possibile, perché la pensione che percepite è a fondo perduto, visto che non producete più niente e i soldi, che vi si danno, potrebbero essere utilizzati per scopi molto più utili della vostra inutile sopravvivenza.
Ci sarebbe da ridere, riflettendo che simili obbrobriose scemenze sono state dette proprio nel Senato, un'istituzione di privilegiati, che intascano laute pensioni dopo soli cinque anni di legislatura... Comunque, le soluzioni non mancherebbero: da quella di incentivare con qualche premio (?) il vecchio che decidesse di suicidarsi, a quella di escogitare una specie di Green Pass... (...aggio all'altra vita) che sostanzialmente ti costringesse, senza costringerti formalmente. Sì, ridiamoci sopra, è meglio. A proposito, devo spiegarvi il titolo.
Nel film di Carlo Verdone Bianco, rosso e Verdone il giovane Mimmo, goffo e un po' svanito, deve accompagnare in macchina la nonna da Verona a Roma per votare. Durante il lungo viaggio, la nonna ha bisogno di una medicina, il nipote ne acquista una sbagliata e, quindi, ritorna alla farmacia per restituirla. Ovviamente non gli restituiscono i soldi, ma gli fanno un "buono" equivalente alla somma spesa. Il nipote, che è un vero sprovveduto, torna dalla nonna e nasce questo dialogo:
"Nonna, nonna, m'hanno fatto un buono, che vor di'? Vor di' che..."
E la nonna: "Che te la............................" 

P. S.
Chi non riesce a capire la risposta della nonna, mi scriva in privato che gliela riferisco per intero.
     

sabato 16 ottobre 2021

Countdown

Prendo lo spunto per questo mio post da alcune frasi scritte da mia figlia Claudia, contenute nel suo primo commento al mio articolo “Scrivere è vivere” del 12 ottobre scorso. Sono delle idee su cui ho riflettuto spesso pure in passato, fin da bambino, ma ancora di più negli ultimi anni: sia allora che ora sono state e sono per me sempre fonte di una sottile angoscia. Le frasi sono queste:


Personalmente preferisco romanzi leggermente più lunghi (ma non troppo) della media ma solo per evitare di pensare “mannaggia, è già finito” nel momento di massimo coinvolgimento, dopo essermi accorta che le pagine rimaste sono troppo poche.


Quello che lei ha scritto, riguardo alla lunghezza di un libro, fin da bambino mi angustiava quando andavo al cinema, in cui mi godevo tutto il primo tempo e la prima metà del secondo, poi sentivo l'amaro in bocca quanto più si avvicinava la fine. Può provocare la stessa sensazione spiacevole uno spettacolo teatrale, un bel gioco, una gita, un appuntamento particolarmente gradito, la consumazione di un buon cibo, una qualsiasi esperienza bella, la frequentazione di una persona o di un ambiente per un certo periodo di tempo e non più: insomma qualunque cosa di piacevole sottoposta alla tirannia del tempo “invidioso”, come lo definisce Orazio. Non credo di dire qualche cosa di particolarmente profondo, perché ritengo che una sensazione del genere non sia soltanto io a provarla. Quando poi si supera una certa età, il valore del tempo si raddoppia, si triplica e non se ne vorrebbe sprecare neppure un minuto, perché ogni attimo buttato via o sfuggitoci non tornerà più. Ecco perché in questo blog tra le quattro sentenze memorabili ho messo anche una del filosofo Seneca: nullum sine exitu iter est (= nessun viaggio è senza una sua fine), proprio per avere questo continuo spunto di riflessione. A poco a poco sto arrivando alla conclusione che il termine di qualunque cosa (per es.: di quelle che ho elencato) non sia una fine drastica e ultimativa, ma un possibile inizio. Di che? Mah! Ciascuno avrà la sua risposta da dare. 

martedì 12 ottobre 2021

Scrivere è vivere

Per quei pochi – preferisco non quantificarne il numero, perché altrimenti mi resterebbe l'amaro in bocca – dicevo: per quei pochi veramente interessati alla mia attività di scrittore (ogni tanto farebbe piacere leggerne qualche commento) voglio dilungarmi un po' sul romanzo, che sto componendo, fornendo loro alcuni ragguagli.

- In data odierna sono arrivato a pagina 132 e, quindi, mancando ancora, più o meno, altri due capitoli, è possibile – ma non lo garantisco – che io riesca a superare il mio record di lunghezza, che è di 156 pagine complessive nel romanzo: Quando ruggisce la notte (2016). Capisco che questa mia osservazione possa apparire un po' bizzarra, ma ho voluto farla, dato che tra i miei lettori c'è stato e c'è chi mi ha rimproverato di non aver scritto romanzi più lunghi, magari di centinaia e centinaia di pagine, in confronto ai quali i miei appaiono come esili e scarni... Bignami.

- Il romanzo risulta strutturato in tre parti, ciascuna divisa in capitoli. La prima parte, la più movimentata e romanzesca, costituisce l'imprescindibile presupposto delle altre due, che risultano più discorsive e ideologiche.

- Indipendentemente dai tempi di ambientazione ci sono ricorrenti riferimenti allo storico latino Sallustio, indirettamente nella prima parte, esplicitamente nelle altre due.

- Inoltre mi preme confessare che ho provato e sto provando una grande soddisfazione e spesso un grande godimento durante l'ideazione e la stesura del romanzo. Immedesimarmi nelle vicende dei personaggi e nei loro moti interiori, sia intellettuali che sentimentali, descrivere stati d'animo e situazioni di vario tipo mi permette di estraniarmi dalla realtà, proiettandomi in un altro mondo, non importa se migliore o peggiore purché diverso.

- Infine vi regalo l'ultima chicca, ossia il titolo del romanzo, ma sotto una forma ermetica e disarticolata, che dovete ricostruire, sulla base dei dati che vi fornisco.

Lettere usate:

a (2), b (1), e (2), g (1), i (3), l (2), o (2), r (1), t (1), u (1), v (2).

Parti del discorso:

articolo (1), verbo (1), congiunzione (1), sostantivo (1), particella pronominale (1).

Più chiaro di così...    


mercoledì 29 settembre 2021

Avviso ai lettori fissi e mobili

Sto scrivendo un romanzo.
Faccio una doverosa pausa, perché voglio darvi il tempo di digerire e assimilare una notizia così eclatante. Già comincio a sentire - intuire? - i primi commenti, uno in special modo: e a me che me ne importa?
Al festival di Sanremo del 1954 (io non lo seguii direttamente perché avevo solo sette anni e, oltretutto, a casa mia non c'era neppure la televisione, che fu acquistata quando io ne avevo undici o dodici) arrivò terza una canzone intitolata: ... e la barca tornò sola, che riscosse molto successo. Il famoso cantante Renato Carosone volle farne una riuscitissima parodia, tanto che molti pensano che lui sia stato l'autore della canzone originale, mentre fu l'autore solo della parodia. All'interno del testo originale, assai melodrammatico, la trovata semplice ma originale e di buon effetto comico fu l'introduzione di una frase, che doveva essere canticchiata dal più spiritoso di quel complesso musicale, il batterista Gegè Di Giacomo, che stemperava l'atmosfera tragica della canzone, intercalando più volte di seguito: ... e a me che me ne importa.
Bene. Spero che questa digressione vi abbia permesso di smaltire la mia sconvolgente dichiarazione.
Già sento un pullulare di domande: come s'intitola? Di che parla? In che periodo storico è ambientato? Il personaggio femminile è sempre lo stesso (= che palle!)? Ha un lieto fine? Ha un finale che lascia l'amaro in bocca? E' storico? E' politico? E' fantascientifico? No cari miei, siete troppo curiosi e non vi anticiperò niente (a meno che qualcuno non sappia trovare la voglia e le parole giuste per strapparmi qualche risposta...). Posso dirvi soltanto che il romanzo sarà diviso in tre parti, che sono giunto a pagina 97, ossia alla fine della seconda parte e che l'argomento generale - ma molto generale - è un argomento che si presta a una trattazione nel passato, nel presente (purtroppo!) e nel futuro, cioè un argomento sempre attuale: la lotta tra il bene e il male, tra vero e falso, tra giusto e ingiusto. Sento un coro di delusione:
"Ah! Tutto qui?"
Beh, scusate se è poco.

sabato 25 settembre 2021

Oggi è il compleanno...

 … di mio padre, che, se fosse ancora vivo, compirebbe 106 anni, essendo nato il 25 settembre del 1915 e morto il 9 novembre 1981 all'età di 66 anni. Non è vissuto molto, e me ne rendo conto ripensando al fatto che nei suoi ultimi anni di vita tra me e lui si era stabilito un profondo e sincero affiatamento, che mi sarebbe tanto piaciuto che fosse durato più a lungo. La cosa comica – anche nelle riflessioni più tristi si può cogliere un lato, se non proprio comico, almeno umoristico – è che oggi io ho più anni di quanti ne aveva lui quando è venuto meno: se dovessi incontrarlo di nuovo nella sua età di allora – d'altronde è così che lo ricordo e posso immaginarlo – in teoria io dovrei essere più saggio di lui, perché avrei avuto più tempo per fare esperienze e per aumentare le mie conoscenze. Ma in realtà avrei tanta voglia (e forse necessità) di confidarmi con lui e di chiedergli consiglio.

Atque in perpetuum, pater, ave atque vale


[Scusami, Catullo, se ho preso in prestito e leggermente modificato un tuo verso dal carme CI dedicato a tuo fratello (pater al posto di frater). Per chi mastica un po' di metrica latina tengo a precisare che la a di pater è breve, mentre quella di frater è lunga, per cui la sostituzione di una parola all'altra comporta il cosiddetto allungamento in arsi].
Scusate la pedanteria, ma papà avrebbe apprezzato. 

lunedì 20 settembre 2021

Quid rides? Mutato nomine, de te fabula narratur

"C'è poco da ridere. Se cambi il nome, la favola parla proprio di te." Questa è la traduzione del titolo, i versi 69 - 70 della Satira I,1 di Orazio.

Oggi voglio sottoporvi una favoletta di Fedro poco conosciuta, ma molto significativa, perché presenta delle caratteristiche perenni dell'animo umano. E' la tredicesima del IV libro.

Due uomini, uno menzognero e l'altro sincero, facevano il viaggio insieme e, a forza di camminare, arrivarono nel paese delle scimmie. Ma quando li vide uno scimmione del branco, che sembrava esserne il capo, ordinò di imprigionarli, per chiedere loro che cosa mai gli uomini dicessero di lui. E ordinò che tutti i suoi simili si schierassero davanti a lui in una lunga fila a destra e a sinistra, e che gli preparassero un trono; e li fece schierare davanti a sé come una volta aveva visto fare all'imperatore. Ordina che gli uomini siano condotti in mezzo alle file.

Il capo dice: “Io chi sono?”

Il menzognero risponde: “Tu sei l'imperatore.”

Di nuovo gli chiede: “E questi che vedi stare davanti a me?”

Risponde: “Questi sono i tuoi compagni, i notabili, i generali e gli ufficiali.”

E poiché lui e il suo branco furono lodati con una menzogna, ordina che sia ricompensato e così quello con la sua adulazione li ingannò tutti. Intanto quello sincero pensava tra sé e sé:

Se questo menzognero, che dice tutte bugie, ha ricevuto tanto, se io dirò il vero, riceverò una ricompensa ancora maggiore.”

Allora il capo delle scimmie dice: “Rispondi anche tu, chi sono io e questi che vedi davanti a me?”

Ma quello che amava sempre la verità ed era abituato a dirla, rispose:

Veramente tu sei una scimmia e tutti questi simili a te sono sempre scimmie.”

Subito si ordina che venga fatto a pezzi con le unghie e con i denti, perché aveva detto la verità.

[Questa favola è stata scritta] Per le persone malvagie, che amano la menzogna e la malignità, ma oltraggiano l'onestà e la verità.

Chi non ha mai avuto a che fare con persone del genere?  

Post in evidenza

Festìna lente

Questo motto latino, tuttora molto usato, significa: affréttati lentamente, e pare che fosse pronunciato spesso dall'imperatore Augusto,...