giovedì 12 maggio 2022

Giovenale e l'origine della società

La XV satira di Giovenale non è mai stata apprezzata né studiata convenientemente. Anche gli studi recenti ne hanno privilegiato i primi due terzi, dedicati alle superstizioni religiose del “folle” Egitto e all'episodio di [vero o presunto?] cannibalismo, sottovalutando i vv. 131 – 174, abbassati al livello di considerazioni moralistiche stoicheggianti intrise di luoghi comuni, ovvero una ripresa di toni sapienziali, che sarebbero quelli animati dal supposto riso democriteo, identificato un po' troppo avventatamente come carattere distintivo della seconda poetica giovenaliana, però all'interno di una satira, che recupera la primitiva poetica dell'indignatio: come si vede, un guazzabuglio critico senza capo né coda, quello che con una locuzione poco filologica, ma eloquente, si potrebbe esprimere con un modo di dire assai colorito: buttarla in caciara. Vorrei soffermarmi sul loro brano centrale (vv. 147 – 159), in cui è tratteggiata in modo originale una specie di “storia della primitiva società umana”. Allo studio completo di questa XV satira ho già dedicato il mio secondo libro dedicato a Giovenale: “Quindi l'ira e le lacrime” (Youcanprint 2015), da cui trarrò molti spunti, ma non esclusivamente, dato che da allora ad oggi mi è capitato di concepire qualche nuova idea, che ritengo non trascurabile.

Mundi

principio indulsit communis conditor illis

tantum animas, nobis animum quoque, mutuus ut nos

adfectus petere auxilium et praestare iuberet,

dispersos trahere in populum, migrare uetusto

de nemore et proauis habitatas linquere siluas,

aedificare domos, laribus coniungere nostris

tectum aliud, tutos uicino limine somnos

ut conlata daret fiducia, protegere armis

lapsum aut ingenti nutantem uolnere ciuem,

communi dare signa tuba, defendier isdem

turribus atque una portarum claue teneri.

All'inizio del mondo il creatore di tutte le cose concesse a loro [= alle bestie] soltanto la vita ma a noi anche la ragione e i sentimenti, affinché un reciproco affetto ci inducesse a chiedere e a prestare aiuto, a riunire in un popolo quelli che erano dispersi, a migrare dall'antico bosco e a lasciare le foreste abitate dagli antenati, a unire un altro tetto alla nostra abitazione, in modo che la fiducia degli uni negli altri rendesse sicuri i sonni per la vicinanza delle soglie, ci spingesse a proteggere con le armi un cittadino caduto o barcollante per una grave ferita, a dare segnali con la tromba comune, ad essere difesi dalle stesse torri e a stare al riparo delle porte chiuse da una sola chiave.”


Data la formazione retorica di Giovenale, è utile e doveroso soffermarsi su alcune sue scelte lessicali – davvero non casuali – che sono in grado di rivelarci i valori e le idee, di cui egli è convinto assertore.

Al verso 148 il poeta usa l'espressione communis conditor, per indicare il creatore di tutte le cose, che, se non si può considerare addirittura una dichiarazione di monoteismo integrale – lo ritengo una forzatura eccessiva –, può lasciare intendere che il politeismo giovenaliano preveda una netta distinzione tra una divinità assolutamente superiore e tante divinità di livello inferiore, a lui sottomesse. Il verbo condere è usato abitualmente, anche se non esclusivamente, nel significato di fondare, (per es. ab Urbe condita = dalla fondazione di Roma), quindi conditor equivarrebbe a un fondatore, ma teniamo presente che due secoli dopo S. Ambrogio nel primo dei suoi Inni si rivolge a Dio chiamandolo Aeterne rerum conditor (= Eterno creatore delle cose), e questa corrispondenza fa pensare.

La distinzione terminologica tra anima e animus (v. 149), la cui traduzione italiana anima e animo è del tutto inadeguata, perché non rende neppure lontanamente i significati latini di “principio vitale” per anima e di “facoltà razionale e sentimentale” per animo, è una fondamentale precisazione filosofica, su cui, per esempio, indugia a lungo Lucrezio nel III libro del De rerum natura.

La molla, che spinge gli uomini primitivi dispersi nei boschi a riunirsi in società, non è individuata da Giovenale nell'ovvio bisogno di sicurezza, conseguente alla debolezza e inadeguatezza del singolo di fronte alle minacce e ai pericoli quotidiani di una vita isolata, ma nel mutuus adfectus (= affetto scambievole. Empatia?), da cui deriva la conlata fiducia (= fiducia reciproca), che cementa la prima compagine sociale. Questo porre a base della vita associata il sentimento, invece del semplice tornaconto personale, non deve essere considerato una forma di svenevole sentimentalismo, perché al contrario si traduce in una forma di vita energica e combattiva di tipo militare: a questo mi fanno pensare le allusioni al cittadino caduto o barcollante a seguito di una ferita, gli squilli di tromba, le torri lungo le mura, le cui porte sono chiuse dalla stessa chiave. Non sembra che stia parlando di una cittadella fortificata sotto attacco? 

lunedì 9 maggio 2022

Le caricature di Salomone

Una delle testimonianze più evidenti dell'antica saggezza giuridica latina è il suggerimento, poi diventato proverbiale, audiatur et altera pars [= si ascolti anche l'altra parte], che dovrebbe essere fatto proprio non solo dai giudici in un processo (ovviamente!), ma anche da quella categoria di autoproclamatisi (pseudo)scienziati e tuttologi, che si atteggiano con sussiego a depositari della verità. Alludo alla versione moderna degli antichi logografi e storici, che attualmente, però, non riescono ad innalzarsi a un livello superiore dei cantastorie, dei menestrelli dei poteri forti. Giornalisti, conduttori televisivi e intrattenitori grazie a non si sa quale scienza infusa (non tirerei in ballo lo Spirito Santo, perché i discorsi in questione sono di una volgarità e di una meschinità disarmanti) a tutti i costi vogliono apparire in grado di blaterare su qualsivoglia argomento, sputando sentenze e trinciando giudizi, che, secondo loro, esprimono tutta la verità, nient'altro che la verità. Ma che cos'è la verità? Secondo la corrente filosofica medievale chiamata Scolastica, che culminò nel genio di S. Tommaso d'Aquino, la verità è definibile come adaequatio rei et intellectus, ossia corrispondenza tra la realtà e il pensiero. La realtà in sé e per sé non è né vera né falsa, può essere vero o falso un giudizio formulato sulla realtà. Quindi, prima di proclamare: questo è vero, questo è falso, bisogna ricercare e vagliare i diversi punti di vista, perché la verità è univoca – su questo siamo d'accordo – ma solo alla fine di un lungo e laborioso processo di indagine e neppure in tutte le circostanze, perché talora per la complessità dell'argomento in questione ci dobbiamo accontentare di avvicinarci alla verità, di sfiorarla senza riuscire a comprenderla e a possederla interamente.

In greco antico la parola verità è alétheia, formata da a (alfa privativo) + la radice lath/leth che troviamo nel verbo lanthàno, [= stare nascosto]. Ossia essa consiste nel disvelamento, nel rivelare ciò che prima era nascosto. Una fonte unilaterale è insufficiente e tendenziosa: bisogna conoscere per decidere, e se ci sono due versioni contrastanti, è doveroso conoscerle tutte e due, per confrontarle e poter arrivare a concludere quale sia, se non quella vera, almeno quella più verosimile. I menestrelli di cui parlavo prima, non lo hanno fatto da più di due anni a questa parte – a proposito della cosiddetta pandemia – e non lo stanno facendo adesso a proposito della guerra e dei provvedimenti sciagurati che stanno prendendo i governi europei. Adducono cause fittizie, alzando urla e strepiti contro chi si azzarda ad analizzare le cause dei fatti, che, come c'insegna lo storico greco Polibio, possono essere di tre tipi: aitìa (causa profonda), arché (inizio dei fatti), pròphasis (pretesto, causa occasionale).

Non vorrei scomodare anche l'apologeta cristiano Tertulliano, però, sapendo fino a che punto questi cantastorie siano i portavoce degli oscuri poteri anticristiani, che vogliono abbrutirci, per cancellare dalla vita ogni parvenza di spiritualità, lo citerò con vero piacere: a proposito delle persecuzioni scatenate contro i cristiani e basate su accuse assurde e inconsistenti, egli affermò nell'Apologeticum: ne ignorata damnetur, ovvero che non sia condannata una religione sconosciuta. Cioè, per emettere un giudizio sensato, bisogna prima conoscere bene ciò di cui si sta parlando. E questa, se ce ne fosse ancora bisogno, è un'altra riprova di quanto siano convergenti la saggezza latina pagana e quella cristiana. 

sabato 23 aprile 2022

La scomparsa di un mondo favoloso


Da piccolo mi sono appassionato agli Indiani d'America sulla base di qualche libro e di pochissimi film visti al cinema, dato che in casa mia la televisione entrò quando già stavo in seconda media. Ma anche quegli scarsi contatti mi furono sufficienti, per immergermi in quel mondo favoloso di avventure, di paesaggi sconfinati, di profonda saggezza. I risultati non tardarono a venire: un 8 preso in un tema in classe alla Medie, con la professoressa entusiasta, che volle complimentarsi con mia madre. Tanto tempo è passato da allora ma il mio interesse affettuoso è rimasto costante, tanto che, quando ho cominciato a scrivere romanzi e saggi letterari, ho voluto dedicare un romanzo anche ai miei cari Indiani (Edizioni Simple, ottobre 2011) ed è appunto quello che presento adesso...

Regione dei Grandi Laghi nel Nord America, anno 1758: sono queste le coordinate spazio-temporali, che caratterizzano l’inizio del presente romanzo. C’è in atto un conflitto accanito tra Inglesi e Francesi, combattuto senza esclusione di colpi nei selvaggi territori americani parallelamente alla Guerra dei sette anni (1756-1763), che nello stesso tempo insanguinava l’Europa coinvolgendo, però, un maggior numero di nazioni. A un tale conflitto partecipano anche le popolazioni indiane stanziate in quella zona, alcune alleate con i Francesi, come gli Uroni, altre con gli Inglesi, come gli Irochesi e i Mohawk. Gli indigeni molto ingenuamente s’illudono di poter stabilire una definitiva supremazia sulle tribù rivali, sfruttando l’aiuto militare dell’una o dell’altra nazione europea, ma non si rendono conto di essere semplici strumenti, di cui Francesi e Inglesi si servono per realizzare le loro mire espansionistiche. Alla fine saranno proprio i nativi americani i soli che correranno il rischio di rimetterci, come, infatti, è puntualmente avvenuto nel modo ignominioso che ben conosciamo.
Nel romanzo la giovane principessa dei Mohawk, sfruttando le sue doti di preveggenza, che le derivano dall’essere anche uno sciamano, si fa portavoce delle ragioni degli Indiani ed esprime un’amara profezia:


Mio bel capitano, voi bianchi sulla base dei vostri interessi opportunistici ora ci combattete, ora ci siete amici… Ma in entrambi i casi ignorate la civiltà e la cultura indiane...”

commentò la ragazza con il volto triste:

Prima o poi ci annienterete tutti e con noi spariranno per sempre anche le nostre tradizioni...”

Comunque, anche tra gli invasori europei ci sono alcuni personaggi che, nonostante la guerra, conservano intatta la loro umanità e restano fedeli al rispetto di quelle regole non scritte, che distinguono gli uomini dalle bestie: il capitano inglese, che, dopo aver liberato la principessa, le rimprovera la sua eccessiva crudeltà, e il suo connazionale tenente di vascello John Colter; tra i Francesi, il sottotenente Delareaux e, specialmente, il protagonista Manilio d’Ollecram, tanto poco condizionato da pregiudizi razziali, da innamorarsi di una principessa indiana, per di più appartenente a una tribù nemica. Già, l’amore… In questo romanzo funge da sottile e, spesso, sotterraneo filo conduttore, come se non avesse il coraggio o la forza di alzare la sua voce sul fragore degli spari, sui lamenti degli agonizzanti, sulle urla strazianti degli infelici torturati. Eppure c’è e, anche se bisbiglia pudicamente, si fa sentire in mezzo alla tragedia delle battaglie, degli agguati, degli inseguimenti, dei rancori, delle vendette sanguinose e in conclusione trionfa…, almeno fino alle ultime pagine.
Che dire del finale? Senz’altro giunge inatteso e ad alcuni può anche lasciare l’amaro in bocca, ma in definitiva produce nell’animo lo stesso sgomento di tutte le cose destinate tristemente a finire.

giovedì 21 aprile 2022

Il Natale di Roma

Per celebrare degnamente l'odierno anniversario del Natale di Roma (21 aprile 753 a. C.), voglio proporre due brani poetici latini. Il primo è di Orazio, composto nel 17 a. C. sotto l'impero di Augusto, il periodo iniziale e più splendido dell'Impero Romano. Il secondo è di Rutilio Namaziano, l'ultimo grande poeta romano (anche se acquisito: lui era di Tolosa), che innalza un entusiastico e nostalgico inno a Roma, proprio nel quinto secolo d. C., pochi anni dopo il sacco di Roma di Alarico (410 d. C.) e pochi anni prima della caduta definitiva dell'Impero Romano (476 d. C.).

Orazio, Carmen saeculare (vv. 9 – 12)

Alme Sol, curru nitido diem qui
promis et celas aliusque et idem
nasceris, possis nihil urbe Roma
visere maius.

O Sole, datore di vita,

che generi il giorno e lo celi,

e uguale e diverso ritorni

sul cocchio splendente di luce:

che al mondo tu possa vedere

mai niente più grande di Roma.


Rutilio Namaziano, De reditu suo (vv. 63 – 66)

Fecisti patriam diversis gentibus unam;
profuit iniustis te dominante capi;
dumque offers victis proprii consortia iuris,
Urbem fecisti, quod prius orbis erat.

[Tu, o Roma,] hai dato una sola patria a popoli di stirpe diversa; per chi viveva senza una legge è stato un vantaggio essere conquistato dal tuo dominio e, mentre permettevi ai vinti di essere partecipi del tuo diritto, hai trasformato in una Città quello che prima era un intero mondo.


lunedì 18 aprile 2022

Un apoftegma di Giovenale

Oggi vorrei riflettere su questa sentenza del poeta satirico Decimo Giunio Giovenale (Sat. II, 63):

Dat veniam corvis, vexat censura columbas

che significa

la critica tende a giustificare i corvi e ad accanirsi contro le colombe”.

Come non vedere un'avvilente coincidenza tra le ingiustizie individuali e sociali del I/II secolo d. C. e quelle analoghe – tuttora esistenti – dell'età contemporanea? Il lamento di Giovenale, profetico ed attuale più che mai al giorno d'oggi, è provocato dall'assistere a un atteggiamento distorto e perenne dell'animo umano, che si manifesta nel giustificazionismo, nel perdonismo e nel buonismo a oltranza. In pratica si privilegia la violenza del prepotente, che fa la prima mossa aggressiva, e si stigmatizza e si colpevolizza chi "si permette" di difendersi, reagendo alla violenza subìta senza poter avere il tempo e la freddezza (è appena stato aggredito!) di misurare con il bilancino la propria (legittima e sacrosanta!) reazione difensiva, a volte devastante... Peggio per chi se l'è andata a cercare. O no? Ma subito intervengono i garantisti da strapazzo, che attaccano il povero Abele e difendono i presunti diritti del miserabile Caino di turno.

I buonisti, seguaci del pensiero unico [è un vantaggio da niente far riposare il proprio cervello e ripetere pappagallescamente le idee o pseudoidee partorite da quello altrui!], ragionano così solo quando si tratta di violenza spicciola, ma se si tratta della violenza di uno Stato sull'altro – è il caso di una guerra – allora operano degli opportunistici “distinguo” sulla base del tornaconto, personale o nazionale, e di “sacri princìpi”, smentiti e rinnegati, però, in altre circostanze, quando è molto più vantaggioso per la propria carriera – è il caso dei politicanti e dei pennivendoli – fare le fusa, strofinando il muso sul prepotente padrone di turno.

No, caro Giovenale: da te a noi non è migliorato proprio niente, anzi... 

lunedì 28 marzo 2022

I valori europei

Negli ultimi giorni si fa un gran parlare di valori europei, identificati nelle filippiche dei governanti ucraini, senza tenere presente che anche la Russia è a pieno titolo una nazione europea: basti pensare a Tolstoi, Dostoevskij, Cechov, Tchaikovsky e a tanti altri... Essi fanno parte del patrimonio culturale comune dell'Europa, che, ovviamente, non ha niente a che vedere con l'Unione Europea. Ma quali sarebbero i tanto decantati valori europei?
Nella mia ignoranza (nessuno può sapere tutto di tutto e, di conseguenza, ciascuno è ignorante di ciò che non sa) io sono convinto che i valori secolari della civiltà europea siano la philanthropìa greca, l'humanitas latina e il cristiano amore del prossimo: la sintesi tra i vertici morali del classicismo pagano e la buona novella cristiana hanno costituito i valori qualificanti della spiritualità europea, di quel complesso di qualità intellettuali e morali, di cui il vecchio continente non può che vantarsi. Voler vedere i valori europei solo da una parte dei due contendenti è una forzatura non solo politica ma fondamentalmente morale, è un discorso fraudolento volto a giustificare il clima guerrafondaio, che sta agitando il mondo occidentale. “Armi, armi, armi: inviamo armi, le più micidiali, per difendere i valori europei” questo recitano come un mantra i politicanti invasati e i pennivendoli con l'elmetto.
Ovviamente la guerra, ogni guerra, va condannata proprio sulla base di quei valori che ho appena enunciato e quindi Putin avrebbe dovuto fare ogni sforzo per evitare la via delle armi. Però, una volta che a torto o a ragione gli è sembrato di non avere altra via d'uscita che iniziare una sciagurata invasione militare, gli Stati europei, dimostratisi inetti e incapaci di svolgere una preventiva opera di mediazione, avrebbero dovuto cercare di lenire e abbreviare in ogni modo gli orrori della guerra, inviando aiuti umanitari (medicine, cibo, vestiario...) alla nazione invasa, ma evitando assolutamente di inviare armi, che avrebbero favorito un'illusoria resistenza, prolungando i tempi di guerra e quindi aumentando le sofferenze, il numero dei morti e dei feriti da una parte e dall'altra. Prima o poi si arriverà a una pace, ma è meglio arrivarci con una minore quantità di danni.
Converte gladium tuum in locum suum; omnes enim qui acceperint gladium gladio peribunt.
"Rimetti la tua spada al suo posto; infatti tutti quelli che hanno impugnato la spada, di spada moriranno" (Matteo XXVI, 52).

giovedì 24 marzo 2022

Oggi è il compleanno...

... del carissimo fratello Massimo, a cui rivolgo l'auspicio più affettuoso di ogni bene, a lui e alla sua famiglia.


 
 

sabato 19 marzo 2022

Tanti auguri, papà

Nell'occasione della festa del papà voglio riproporre un mio post, pubblicato il 12 novembre del 2020.

Tre giorni fa, precisamente alle tre di notte del 9 novembre, è stato il trentanovesimo anniversario della morte di mio padre. Questa occasione triste, ma che comunque è parte integrante della vita, mi ha suggerito di ricercare tra i miei amati classici un degno modo di commemorarlo. Senza cercare troppo, mi sono rivolto a due grandissimi, che non potevano non venirmi in mente di primo acchito: Orazio e Dante.
Orazio non si è mai vergognato di essere figlio di un ex schiavo, un cosiddetto liberto, anzi più volte nei suoi versi se ne è vantato ed ha espresso tutto il suo affetto e la sua riconoscenza a chi aveva dedicato la sua vita, le sue risorse e il suo amore per offrirgli la possibilità di crearsi un futuro di eccellenza. 
Scelgo il seguente brano solo perché non è eccessivamente lungo (Satire, I, 4, 103 - 120):

Se io dirò qualche cosa troppo schiettamente, se per caso la dirò con uno scherzo eccessivo, tu mi scuserai e mi concederai questo diritto: mi ci ha abituato il mio ottimo padre, in modo che, indicandomeli con esempi, io fuggissi tutti i vizi. Quando mi esortava a vivere in modo parsimonioso e frugale, contento di ciò che mi avesse procurato lui stesso: “Non vedi – mi diceva – come viva male il figlio di Albio e come sia povero Baio? È un grande insegnamento affinché nessuno voglia dilapidare il patrimonio paterno.” Quando voleva distogliermi dalla turpe relazione con una meretrice: “Cerca di essere diverso da Scetano.” Affinché non facessi la corte alle adultere, pur avendo la possibilità di godere dei loro favori, diceva: “Non è bella la fama di Trebonio colto sul fatto. Un filosofo ti spiegherà le motivazioni su che cosa sia meglio da evitare e da cercare; per me è sufficiente, se posso conservare il costume tramandato dagli antenati e mantenere intatta la tua vita e la tua fama, finché ti serve una guida; non appena l'età avrà irrobustito le tue membra e il tuo animo, nuoterai senza salvagente.” 

Quanto a Dante, i versi che citerò non riguardano il padre biologico, ma il suo maestro di studi, che lo amava come un figlio e che agli occhi di Dante aveva acquistato i contorni di un padre spirituale, come dovrebbe essere ogni vero insegnante. Si tratta di Brunetto Latini, letterato, notaio e uomo politico fiorentino, che l'onestà intellettuale e morale del poeta non poté fare a meno di collocare all'Inferno, data la sua fama di sodomita. Lui e i suoi compagni di pena corrono su un sabbione arroventato sotto una pioggia di fuoco. Dante (ovviamente il Dante personaggio, non il Dante autore) si meraviglia di trovarlo lì, macchiato di un tale peccato, ma questo non gli impedisce di trattenersi a lungo a colloquio con lui e di rivolgergli riconoscenti e affettuose parole di elogio (Inferno, XV, 79 - 87):

"Se fosse tutto pieno il mio dimando",
rispuos’io lui, "voi non sareste ancora
de l’umana natura posto in bando;


ché ’n la mente m’è fitta, e or m’accora,
la cara e buona imagine paterna
di voi quando nel mondo ad ora ad ora


m’insegnavate come l’uom s’etterna:
e quant’io l’abbia in grado, mentr’io vivo

convien che ne la mia lingua si scerna.

Non voglio aggiungere altro, mi basta questo omaggio letterario, a cui affido il compito di sostituire tutte quelle parole che in certi casi avrei potuto, ma non ho mai detto a mio padre.

 

mercoledì 9 marzo 2022

9 marzo 1994 - 9 marzo 2022

Ventotto anni fa moriva il grande e controverso scrittore Charles Bukowski, lucido e spregiudicato testimone dell'alienazione materiale e morale della disumanizzata civiltà moderna. Vorrei ricordarlo con una sua angosciante poesia molto significativa.

Dal blog “Nonsolobiancoenero”:
CHARLES BUKOWSKI
Dinosauria, noi, da “The Last Night of the Earth Poems”, Charles Bukowski
APRILE 7, 2017 VIOLABLUES 2 COMMENTI

Nati così
in mezzo a tutto questo
tra facce di gesso che ghignano
e la signora Morte che se la ride
mentre gli ascensori si rompono
mentre gli orizzonti politici si dissolvono
mentre il ragazzo della spesa del supermercato ha una laurea
mentre i pesci sporchi di petrolio sputano la loro preda oleosa
e il sole è mascherato
siamo nati così
in mezzo a tutto questo
tra queste guerre attentamente matte
tra la vista di finestre di fabbrica rotte di vuoto
in mezzo a bar dove le persone non si parlano più
nelle risse che finiscono tra sparatorie e coltellate
siamo nati così
in mezzo a tutto questo
tra ospedali così costosi che conviene lasciarsi morire
tra avvocati talmente esosi che è meglio dichiararsi colpevoli
in un Paese dove le galere sono piene e i manicomi chiusi
in un posto dove le masse trasformano i cretini in eroi di successo
nati in mezzo a tutto questo
ci muoviamo e viviamo in tutto ciò
a causa di tutto questo moriamo
castrati
corrotti
diseredati
per tutto questo
ingannati da questo
usati da questo
pisciati addosso da questo
resi pazzi e malati da questo
resi violenti
resi inumani
da questo
il cuore è annerito
le dita cercano la gola
la pistola
il coltello
la bomba
le dita vanno in cerca di un dio insensibile
le dita cercano la bottiglia
le pillole
qualcosa da sniffare
siamo nati in questo essere letale triste
siamo nati in un governo in debito di 60 anni
che presto non potrà nemmeno pagare gli interessi su quel debito
e le banche bruceranno
il denaro sarà inutile
ammazzarsi per strada in pieno giorno non sarà più un crimine
resteranno solo pistole e folle di sbandati
la terra sarà inutile
il cibo diventerà un rendimento decrescente
l’energia nucleare finirà in mano alle masse
il pianeta sarà scosso da un’esplosione dopo l’altra
uomini robot radioattivi si inseguiranno l’un l’altro
il ricco e lo scelto staranno a guardare da piattaforme spaziali
l’inferno di Dante sarà fatto per somigliare a un parco giochi per bambini
il sole sarà invisibile e sarà la notte eterna
gli alberi moriranno
e tutta la vegetazione morirà
uomini radioattivi si nutriranno della carne di uomini radioattivi
il mare sarà avvelenato
laghi e fiumi spariranno
la pioggia sarà il nuovo oro
la puzza delle carcasse di uomini e animali si propagherà nel vento oscuro
gli ultimi pochi superstiti saranno oppressi da malattie nuove ed orrende
e le piattaforme spaziali saranno distrutte dalla collisione
il progressivo esaurimento di provviste
l’effetto naturale della decadenza generale
e il più bel silenzio mai ascoltato
nascerà da tutto questo.
il sole nascosto
attenderà il capitolo successivo.

martedì 8 marzo 2022

Oggi è il compleanno...

... del carissimo figlio Marco. A lui giunga l'auspicio più affettuoso di un Buon Compleanno e di un meraviglioso futuro.

Tantissimi auguri, Marco!



domenica 6 marzo 2022

Alla ricerca della (perduta) "humanitas"

La cultura latina ci ha lasciato in eredità il concetto di “humanitas”, che, unitosi ai princìpi del cristianesimo, ha costituito per secoli il fondamento – spesso disatteso, attualmente sgradito – della civiltà europea. Vale la pena rileggerne un'originale e persuasiva interpretazione, contenuta in un passo della XV satira di Giovenale [vv. 131 – 158], un autore latino che non gode i favori della critica accademica e che viene visto come il fumo negli occhi dall'odierna cultura progressista, poiché essa gli imputa a colpa alcuni “peccati capitali” della civiltà moderna: la misoginia, l'omofobia e la xenofobia. Nonostante tutto ancora ha molte cose da insegnarci...

“… Mollissima corda
humano generi dare se natura fatetur,
quae lacrimas dedit. Haec nostri pars optima sensus.
plorare ergo iubet causam dicentis amici
squaloremque rei, pupillum ad iura uocantem
circumscriptorem, cuius manantia fletu
ora puellares faciunt incerta capilli.
Naturae imperio gemimus, cum funus adultae
uirginis occurrit uel terra clauditur infans
et minor igne rogi. quis enim bonus et face dignus
arcana, qualem Cereris uolt esse sacerdos,
ulla aliena sibi credit mala? Separat hoc nos
a grege mutorum, atque ideo uenerabile soli
sortiti ingenium diuinorumque capaces
atque exercendis pariendisque artibus apti 
sensum a caelesti demissum traximus arce,
cuius egent prona et terram spectantia. Mundi
principio indulsit communis conditor illis
tantum animas, nobis animum quoque, mutuus ut nos
adfectus petere auxilium et praestare iuberet, 
dispersos trahere in populum, migrare uetusto
de nemore et proauis habitatas linquere siluas,
aedificare domos, laribus coniungere nostris
tectum aliud, tutos uicino limine somnos
ut conlata daret fiducia, protegere armis 
lapsum aut ingenti nutantem uolnere ciuem,
communi dare signa tuba, defendier isdem
turribus atque una portarum claue teneri.”


La natura, donandoci le lacrime, rivela di aver dato al genere umano dei cuori molto teneri. Questa è la parte migliore della nostra sensibilità. Essa ci fa compiangere il miserevole aspetto di un amico costretto a difendersi in tribunale, il pupillo che cita in giudizio il tutore che l'ha raggirato, mentre i suoi lunghi capelli da fanciulla ne rendono incerti i lineamenti bagnati di lacrime. È un impulso naturale, che ci spinge al pianto, se c'imbattiamo nel corteo funebre di una ragazza ormai pronta per le nozze o assistiamo alla sepoltura di un bimbo ancora troppo piccolo per le fiamme del rogo. Infatti, quale persona dall'animo buono e degna di portare la fiaccola dei Misteri, come prescrive il sacerdote di Cerere, può credere che i dolori altrui le siano estranei? Questo ci divide dal gregge degli animali muti e perciò, avendo ottenuto in sorte noi soli il venerabile ingegno ed essendo capaci di concepire il divino e adatti ad esercitare e a produrre le arti, abbiamo ricevuto quella sensibilità inviataci dal regno celeste, della quale sono privi gli animali curvi al suolo e che fissano la terra.
All'inizio del mondo il creatore di tutte le cose concesse a loro soltanto la vita ma a noi anche la ragione e i sentimenti, affinché un reciproco affetto ci inducesse a chiedere e a prestare aiuto, a riunire in un popolo quelli che erano dispersi, a migrare dall'antico bosco e a lasciare le foreste abitate dagli antenati, a unire un altro tetto alla nostra abitazione, in modo che la fiducia degli uni negli altri rendesse sicuri i sonni per la vicinanza delle soglie, ci spingesse a proteggere con le armi un cittadino caduto o barcollante per una grave ferita, a dare segnali con la tromba comune, ad essere difesi dalle stesse torri e a stare al riparo delle porte chiuse da una sola chiave.

Post in evidenza

Festìna lente

Questo motto latino, tuttora molto usato, significa: affréttati lentamente, e pare che fosse pronunciato spesso dall'imperatore Augusto,...